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La Pietà di Emma Dante - foto Rosellina Garbo

La Pietà di Emma Dante - foto Rosellina Garbo

La Pietà di Emma Dante nel Macbeth di Verdi: "Uno spettacolo che non tradisce l'attesa"

Il Macbeth orgiastico, cupo e sanguinolento della regista palermitana conquista gli spettatori e apre con successo la stagione 2017 del Teatro Massimo

In "The Autobiography of Maria Callas: A Novel" (in cui realtà e congetture si fondono) l’autrice, la psicoanalista freudiana Alma H. Bond, immagina di dar voce a una delle migliori interpreti di Lady Macbeth, Maria Callas: "Lady Macbeth mi ha dato la possibilità di esprimere le parti nascoste, oscure, sataniche della mia natura". Un quadro perfetto se non della Callas di quella Lady spietata che muove i fili del melodramma in quattro atti musicato da Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave. Mentre gli applausi (ben oltre dieci minuti) accoglievano sul palco del Teatro Massimo tutti gli attori e le maestranze del Macbeth, fasciati intorno alla loro regista, Emma Dante, non smettevo di pensare a quella frase. Alma Bond non sapendolo aveva dato voce all’artista che l’intero teatro stava acclamando? Pensiero iperbolico, lo ammetto. Così, durante il buffet nel Caffè del Teatro, ho approfittato dell’occasione per chiedere alla regista palermitana cosa ne pensasse di quella descrizione così ossessiva e se, in qualche modo, potesse farla propria. "Certamente. Ho dato sfogo anch’io alla mia parte più oscura", ha risposto, da quell’angolo appartato che ha abitato per gran parte della serata, allungando la frase con un sorriso sibillino.

Ma, com’è il Macbeth di Emma Dante? Attesissimo dai suoi estimatori quanto dai detrattori; c’è chi lo ha amato profondamente e chi lo ha demonizzato prima ancora del suo esordio e, dopo, lo ha demonizzato pur non avendolo visto, definendo la Dante una "firma sopravvalutata". Lo è davvero? Applausi e standing ovation a parte, questa volta (semmai ve ne sia stata una in passato) di sopravvalutato c’è ben poco. L’apocalittico Macbeth della Dante, affiancata sul podio dal bravissimo direttore musicale del Massimo, Gabriele Ferro, non può non piacere, e per diversi motivi. Perché disattende le aspettative di chi profetizzava nudi e accese provocazioni, punto primo. La scena del rito orgiastico iniziale in cui le streghe si lasciano ingravidare da virili satiri non è infatti una forzatura (sebbene sia una cosa nuova rispetto al libretto), ma introduce lo spettatore in quel mondo pagano che è proprio dell’opera; in cui si dispiegano crimini, scenari fantastici e spettrali, stregoneschi e infernali tipici medievali.

Spazio temporale volutamente definito dal suo autore, come scrisse Antonio Gramsci in un suo articolo (Avanti!,1916): "Shakespeare lo ha posto in un ambiente storico, in un tempo e in luogo nei quali anche il soprannaturale era elemento della realtà, era parte viva delle coscienze, e appunto perciò questo soprannaturale non è meccanico, non è astrazione fredda, non è ripiego comodo per trarre dai fatti elementi di successo; è certo esigenza, integrazione necessaria del dramma". Una metafora del potere e delle implicazioni del suo abuso, vecchia 400 anni eppure attualissima. Come fortemente lo è l’immagine della strage della famiglia di Macduff per ordine di Macbeth: lo stuolo di corpi coperti da lenzuoli bianchi richiamano alla mente le scene delle salme dei migranti disposti sulle banchine dei porti che non hanno raggiunto. La morte anche se orrida, la vita anche se ingiusta e violenta, non riescono a spezzare l’umana necessità di tramandarsi, un’eredità talvolta ingiusta e svuotata. E' la stessa regista a spiegarlo in conferenza stampa: "In scena c’è una forte promiscuità tra satiri con grandi falli e le streghe sempre gravide, con le loro pance. Tutto il discorso dei vaticini che queste streghe fanno a Macbeth hanno a che fare molto con la procreazione: Macbeth non ha figli, e Lady Macbeth vorrebbe tanto averne uno ma non ce la fa. Così alla sua famosa domanda di Macbeth ‘cosa state facendo?’, la risposta è ‘un’opera grande’, e l’opera grande è la nascita, l’opera più grande che esista".

Streghe satiri attori compagnia di Emma Dante-2Allestimento essenziale con pochi oggetti di scena che diventano simboli della condizione umana: il trono dorato, alto diversi metri, su cui siede Macbeth e dal quale non potrà scendere, circondato dal deserto, sono una parabola sul potere e la colpa. Mentre il rosso predomina sulla scena, come fosse un monito per lo spettatore, la luce radente mette in risalto i personaggi principali relegando sullo sfondo quelle tenebre che pian piano avanzeranno, figlie dell’ineluttabile destino che dovrà compiersi. La Dante sembra dunque rinunciare agli orpelli folcloristici che possiamo (se proprio vogliamo) ritrovare nelle croci-luminarie calate dall’alto sul corpo senza vita del re, e nella foresta di Birnam che fa a meno dei suoi nebbiosi tratti scozzesi per lasciare spazio a un bosco di spinosi fichidindia. Più che alla spettacolarizzazione l’impianto registico sembra puntare alla restituzione del fitto intreccio psicologico ed emotivo dei personaggi. Nella scena dell’uccisione del re, l’attenzione è sul dissidio interiore di Macbeth, che prende la forma di un suo doppio, un attore egualmente vestito, ma dal volto coperto, che stringe il pugnale fatale. Soltanto Macbeth potrà, però, impugnando quell’arma uccidere il re e sedere al suo trono.

Quando il corpo esanime di Duncano, sovrano di Scozia, viene ricondotto con ritmo lento sulla scena da un corteo funebre al femminile, ritroviamo la Dante del "Le sorelle Macaluso", ma anche l’immagine delle processioni della pietà che nel sabato santo si svolgono nel Meridione. È la Pietà della Dante con le sue accorate madri, che si impone all’occhio dello spettatore. L’impianto compositivo della scena ha suggestioni dell’arte cristiana quattrocentesca e cinquecentesca, in particolare il soggetto del Compianto. Le pose delle figure, la contrizione dei volti, la bocca spalancata del re deposto che ci mostra la drammaticità di una morte efferata, ricorda la smorfia di dolore nella "Deposizione" di Caravaggio o nel "Cristo in pietà e un angelo" di Antonello da Messina. Emma Dante e Carmine Maringola, che ha curato la scenografia, hanno davvero attinto a questo vasto panorama iconografico? Picasso una volta rispose a un giornalista: "Se voi date un significato a certe cose nel mio dipinto questo può essere molto vero, ma non è mia l’idea di dargli questo significato". Così chissà se l’ingresso nel primo atto del fiero Macbeth in groppa alla carcassa di un cavallo, con indosso una corazza che sembra il costato di uno scheletro, sia stato ispirato dallo spettrale cavaliere de Il Trionfo della Morte (tema caro al Medioevo così come la Danza macabra).

Magnifica nel ruolo di Lady Macbeth, infernale burattinaia che muove l’ignavia del marito all’omicidio per una veloce ascesa al potere, il soprano Anna Pirozzi, nonostante sia al sesto mese di gravidanza la sua interpretazione non ha mai avuto sbavature, regalando al pubblico grandi emozioni sia nel duetto con Macbeth che nella scena del sonnambulismo, musicata da Verdi in modo anticonvenzionale, con un canto spezzato mai del tutto melodico. L’intero cast, applaudito dall’inizio alla fine, ha pienamente meritato i tributi: Giuseppe Altomare (Macbeth) che ha prontamente sostituito il baritono Luca Salsi, ha calcato la scena in maniera magistrale per tutte le tre ore; Marko Mimica (Banco); Vincenzo Costanzo (Macduff), Manuel Pierattelli (Malcom); Federica Alfano (Dama di Lady Macbeth); Francesco Cusumano (Duncano); non dimenticando la compagine di bravissimi attori della Compagnia di Emma Dante e gli Allievi della Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo. L’allestimento originale firmato da Emma Dante, in coproduzione con il Teatro Regio di Torino e con lo Sferisterio di Macerata, ad agosto sarà al Festival di Edimburgo.

Sulla musica di Verdi ci sarebbe tanto da dire. Il suo amore per il Bardo gli permise di tradurre perfettamente in forma melodrammatica e anticonvenzionale le opere shakespeariane, in particolare questa che non fu accolta con entusiasmo dagli intellettuali italiani per i suoi aspetti triviali e grotteschi. Verdi ne fu invece rapito, tanto da suggerire che all’idea drammatica partecipassero musica, recitazione e messinscena in eguali parti, indicando come tre i personaggi principali: Lady Macbeth, Macbeth e le streghe (quasi fossero un unico personaggio; lettura che fece Kurosawa nel suo Trono di Sangue).

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Emma Dante vince anche questo difficile confronto, insieme a un Teatro che inizia la stagione 2017 con il  tutto esaurito. Una festa in grande stile a cui hanno partecipato personalità del panorama politico, culturale e giornalistico internazionale, come il sindaco Leoluca Orlando, il ministro del Mezzogiorno De Vincenti, vicesegretario generale di Palazzo Chigi, Salvo Nastasi, il presidente della Regione Rosario Crocetta, il musicista Giovanni Sollima, lo scrittore e direttore del Teatro Biondo, Roberto Alajmo, il regista Roberto Andò, i sovrintendenti dei teatri di Roma, Napoli, Macerata e Ginevra, e tanti altri. L’altro grande protagonista è stato il pubblico, imperante durante tutta la messinscena, che disattendendo le regole del galateo teatrale ha più volte plaudito l’opera a scena aperta. 

Macbeth di Giuseppe Verdi, melodramma in quattro atti
dal 21 al 29 gennaio 2017
Libretto di Francesco Maria Piave;
Direttore Gabriele Ferro;
Regia Emma Dante;
Scene Carmine Maringola
Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro Massimo
Maestro del Coro Piero Monti
Nuovo allestimento del Teatro Massimo in coproduzione con il Teatro Regio di Torino e con l'Associazione Arena Sferisterio / Macerata Opera Festival.

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