Venerdì, 30 Luglio 2021

A colloquio con Giorgio Barberio Corsetti e il suo teatro dell’invenzione

Dalla prima scenografia stampata in 3D al sogno di creare da zero un’opera contemporanea che parli della crisi del nostro Occidente. Il suo "Fra Diavolo" ha divertito il pubblico del Teatro Massimo: "c’è un’adesione e una capacità di andare in profondità, un ascolto molto profondo e raffinato che mi emoziona"

La sua voce profonda e lenta mi raggiunge al telefono in un pomeriggio ventoso, in una distanza tra Palermo e Roma che è una rotta ormai familiare a Giorgio Barberio Corsetti, regista romano legato da anni alla nostra città. La sua prima volta nel capoluogo siciliano fu nel 1998 con una riduzione de ‘Il Processo’ di Kafka per l’inaugurazione del Festival di Palermo sul Novecento ai Cantieri Culturali della Zisa, uno spazio allora in via di riappropriazione. Nel 2000, a un anno dal suo debutto operistico, ha diretto un dittico per il Teatro Massimo di Palermo: ‘La voixhumain’, (scritto da Cocteau e musicato da Poulenc) e ‘Erwartung’ di Schönberg:«Lei ha nominato ‘Il Processo’ ai Cantieri della Zisa – ribatte nascondendo tra le parole un tenue sorriso -, ricordo proprio che mentre noi stavamo lì a provare c’era una sorta di inaugurazione dei Cantieri. Francesco Giambrone era assessore alla Cultura, presente notte e giorno perché voleva che tutto fosse finito in tempo. Ora mi ritrovo di nuovo al Teatro Massimo con Giambrone, peraltro fu proprio lui a propormi quel famoso dittico, un momento bello e creativo con due grandissime cantanti che erano protagoniste incredibili, ma anche molto difficili; e invece c’è stato un amore a prima vista, soprattutto con la Kabaivanska.

Poi improvvisamente ‘La Cenerentola’ in cui ho come dispiegato tutte le possibilità che avevo dal punto di vista visivo; nella musica di Rossini c’è un certo delirio meccanico che coincide con il meccanismo dell’invenzione visiva, come il chromakey, reso visibile al pubblico. Un’esperienza sconvolgente è stata invece ‘Le parole rubate’ su Falcone e Borsellino, in scena l’anno scorso per la commemorazione del 23 maggio. Sono venuto a Palermo per girare delle immagini e sono rimasto fortemente emozionato da tutta quella vicenda. Ultimamente, poi, il ‘Fra Diavolo’; la cosa molto bella di cui sono grato al Teatro Massimo è di aver creato una compagnia tutta siciliana, con cui ho vissuto un’avventura umana molto bella. Ci siamo trovati, ed è stata una componente fortissima». Il suo‘Re Lear’in Cartellone al Teatro Biondodi Palermo nella Stagione 2017/2018èrichiamato durante la nostra intervista diventando il pretesto per dar voce a un ricordo molto caro al regista: «c’è un’altra cosa che non è secondaria, ed è il mio rapporto con il Teatro Biondo. Mi sono emozionato molto alla prima del ‘Re Lear’ a Palermo per la presenza di un pubblico molto attento che ha percepito benissimo tutto quello che c’era nello spettacolo. Parlando con le persone che dopo lo spettacolo sono venute a cercarmi mi sono emozionato, perché c’è stata un’adesione e una capacità di andare in profondità che non avevo sentito a Roma; mi son detto: “accidenti qui c’è un ascolto molto profondo e raffinato”».

Giorgio Barbiero Corsetti è l’artista dell’invenzione, impegnato da anni nella ricerca sperimentale e nella costruzione di un suo teatro dell’immagine famoso in tutto il mondo, che non dà vita a unmondo artefatto, ma che indaga a vario titolo la realtà restituendola allo spettatore attraverso una sapientemodulazione di arti differenti: dal teatro alla danza, alla poesia, alla video-arte, alla scrittura, alle arti circensi. I suoi sono spazi immaginifici in cui la narrazione del reale ha una visione multipla, come se allo spettatore fosse offerta la possibilità di scegliere da quale prospettiva assistere alla messinscena. I suoi personaggi devono essere credibili per dar voce ai tormenti, alle passioni, alle ossessioni, ai desideri talvolta gioiosi talvolta disincantati in cui lo spettatore può ritrovarsi; il loro spazio emotivo diventa così la sospensione entro cui lavora e si sprigiona la forza drammaturgica delle sue immagini, quadri in movimento che amplificano il mondo evocato dalla arie. L’immagine diventa esperienza del mondo.

Il ‘Fra Diavolo’portato in scena al Teatro Massimo di Palermo è questo e tanto altro, il regista spiega come sia stata un’avventura sorprendente accettare un’opera di cui conosceva solo la versione cinematografica del 1933 con Laurel& Hardy (Stanlio e Ollio), vista in tv da piccolissimo, di cui ha serbato un ricordo chiaro della figura di Fra Diavolo attingendovi per la sua opera: «una figura estremamente ambigua, decisamente malvagia, ma con una componente di seduzione e una capacità di intrufolarsi in tutte le situazioni che è disturbante, perturbante».Il cast d’eccezione tutto siciliano è un’altra delle proposte che il regista ha ben accolto, un risultato eccellente che ha strappato non pochi applausi destinati alla compagine di artisti in scena che ha mostrato grandi doti vocali e attoriali. Tra tutti spiccano le due interpreti femminili, entrambe palermitane: DesiréeRancatore (nel ruolo di Zerline) e Chiara Amarù (Lady Pamela) che hanno giocato con i propri personaggi donandogli un’umanità frizzante, empatica, che le ha rese ironiche senza mai apparire eccessive: «Desirée è stata bravissima, mi ha sorpreso. Le ho detto un po’ di cose all’inizio e lei faceva “sì, sì”, e poi le ha fatte davvero, ed era credibilissima, ci stava dentro con una poesia… e poi ha una voce che è strepitosa, ma anche la Amarù, splendida. Sono artiste bravissime che dato vita a dei personaggi veri». In scena nei panni del brigante Fra Diavolo Antonino Siragusa,tenore messinese con una carriera internazionale, che ha calcato la scena con piglio sicuro e disinvolto,eun cantato naturale. Sul palco ancheMarco Filippo Romano (Lord Cockburn), Giorgio Misseri (Lorenzo), Francesco Vultaggio (Mathéo), Nicolò Ceriani (Giacomo), Giorgio Trucco (Beppo), Giuseppe Toia (Un soldato), Tommaso Caramia (Un contadino).

C'è "Fra Diavolo" in 3D: "Terribile e divertente" | Video

Applausi meritati per il giovane direttore, Jonathan Stockhammere per l’Orchestra del Teatro Massimo di Palermo;qualche sbavatura, invece, per il Corpo di ballo del Teatro nelle coreografie moderne curate da Roberto Zappalà (riprese da C. Enrico Musmeci). I complimenti vanno a tutte le maestranze: i costumi di Francesco Espositoche in perfetto rapporto con la scenografia hanno raccontato quel tempo della storia trasposto nella Terracina fine anni ’50; interessanti i video realizzati da Igor Renzetti, Lorenzo Bruno e Alessandra Solimene, e il gioco di luci puntuale e mutevole curato daMarco Giusti, capace di creare atmosfere sospese e poetiche, come nel secondo atto in cui la palazzina sembra essere sospesa nell’acqua apparendo come il pontile di una nave che si muove lenta nella notte. Unnuovo allestimento realizzato dal Teatro Massimo in coproduzione con il Teatro dell’Opera di Roma, con l’innovativo impianto scenografico stampato per la prima volta in 3D,tecnologia fornita dallaWasp Project.

L’opéra-comique di Daniel Auber, del 1830, è stata portata in scena al teatro Massimo di Palermo per la prima volta in lingua francese.Barberio Corsetti, che oltre alla regia ha curato le scene insieme a Massimo Troncanetti, ha deciso di mantenere la musica della versione italiana, traducendo però in francese i recitativi:«c’è stata una interpolazione dell’opera originaria – spiega il regista -, mischiando la versione francese con quella italiana e con un intervento di traduzione che ha permesso di cantare anche i recitativi». L’utilizzo del videoè uno dei codici di questo spettacolo così come l’impianto scenografico stampato in 3D che ha permesso di realizzare una palazzina dall’aspetto deformata, composta da due blocchi che modulati in maniera differente sono il centro della narrazione scenica. Questa tecnologia normalmente utilizzata per realizzare i modellini scenografici è stata applicata per la prima volta a un progetto imponente: 1500 kg di scenografiacon un elevato impiego di plastica. La stampante 3D della Wasp ha utilizzato invece materiale naturale ricavato dal mais, che potrà essere riciclato quando la scenografia non sarà più utilizzata, triturandola per crearne delle nuove. Lo spettatore è immerso in una favola moderna, che guarda al passato così come al futuro, omaggiandoli entrambi. L’ambientazione è spostata dal 1806 alla fine degli anni Cinquanta in una locanda sulla costa di Terracina, un riferimento nostalgico alla commedia di ambientazione realista del cinema italiano fine anni ’50, come ‘Pane, amore e fantasia…’ di Luigi Comencini. Sempre cinematografici sembrano i riferimenti al cinema espressionista del ‘Gabinetto del dottor Caligari’ nell’impianto scenografico deformato. Se la luna imperante nel secondo atto richiama alla mente quella sofferente e umana di Georges Méliès, la scena corale del matrimonio di Zerline sembra abbracciare il lirismo trasognato delle scene di matrimonio di Kusturica, un tempo poetico rintracciabile anche nell’immagine sognata di Lorenzo, che si staglia nei pensieri di Zerline così come i personaggi fluttuanti di Chagall nel colore: «Sì, è proprio così – risponde il regista ̶, ho pensato proprio a Chagall, mi serviva qualcosa di molto naïf, e nello stesso tempo riconoscibile, poetico».

L’intervista svolta da un argomento all’altro, è un attraversamento che mostra la maniera di Barberio Corsettidi concepire il teatro, uno spazio in mutazionein cui ogni tecnica sperimentata non è un punto di arrivo, ma di partenza. Spiega che in ‘Fra Diavolo’ è come se si chiudesse un ciclo; già nel ‘Don Pasquale’ a cui sta lavorando in questo periodo si assisterà a qualcosa di nuovo: «sperimenteremo un nuovo modo di usare la proiezione, una qualità di immagine diversa che mi interessa molto, una sorta di collage; mentre ‘Fra Diavolo’ era un lavoro fatto con il disegno animato, un’evoluzione di quelli che erano i fondali dell’opera ottocentesca, fondali però animati; in Don Pasquale sarà altro, un collage animato. Sono curioso di vedere cosa ne verrà fuori!».

Si sofferma qualche secondo come se reclutasse altri pensieri da condividere: «se lei mi chiedesse qual è lo spettacolo che preferisco dei miei, le direi sempre il prossimo». Quel ‘prossimo’ a cui fa riferimento non è qualcosa di cronologicamente stabilito, come il ‘Don Pasquale’, ma il sogno di realizzare una propria opera: «mi piacerebbe molto fare opere contemporanee, lavorare con un compositore per creare un libretto, una musica e una visionarietà creata da zero, e non trovarmi a entrare dentro un universo che già c’è per creargli un mondo intorno. Mi piacerebbe molto che fosse un’opera contemporanea, che parla del presente, del mondo così come è adesso; per esempio della grande crisi che stiamo vivendo, del crollo dell’impero di Occidente. Dal secolo scorso stiamo assistendo alla fine di un predominio occidentale, ed è interessante, perché se pensiamo ai poeti latini che sono stati dei piccoli punti di riferimento della grande rovina che è stata il crollo dell’Impero romano di Oriente e di Occidente, ecco noi stiamo vivendo una situazione analoga come artisti, come osservatori, vedendo come si sta sgretolando una cultura legata all’Occidente così come l’abbiamo pensato, così come l’hanno voluto e pensato i nostri padri e i nostri nonni».
 

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