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Come ti racconto l’anima del mondo: Identitas e Me_Dee

Due spettacoli al Festival di Morgana si confrontano (diversamente) sul tema dell’identità e dell’alterità: la marionetta metafisica del teatro catalano e la Medea moltiplicata della compagnia siciliana SuttaScupa riflettono entrambi sul tema del corpo come spazio di metamorfosi e frammentazione

Avranno tra gli otto e i dodici anni (al massimo) i bambini che occupano le prime file del teatrino del Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino, sguardi profondi e parole attente, sorridono ogni tanto e accompagnano i gesti della marionetta metafisica, della compagnia catalana Rocamora Teatre, con considerazioni immediate da critici informali improvvisati che riescono a cogliere, a loro modo, il senso di "Identitas" e della sua "metafora teatrale". Spettacolo con "titelles" (marionette a filo) che combina azioni drammatiche e danza contemporanea al ritmo della musica elettronica; approdato a Palermo dopo una serie di successi tra cui Miglior opera drammatica nel "2nd International Puppet Art Week Festival" nel 2017, a Nanchong, Cina. 

Una ricerca drammatica emozionante affidata all’esistenza effimera di una marionetta nuda, senza volto se non quelle di maschere "larvali" che il suo burattinaio le affiderà. La presenza visibile dell’artista è parte integrante della narrazione e della sua drammaturgia, il marionettista Carles Cañellas (regista di "Identitas", oltre ad averne curato disegno e costruzione) in questo complesso processo di animazione, di manipolazione di fili e di movimenti, traccia un universo che è al tempo stesso visibile e invisibile.

Lo spettacolo non segue un racconto cronologico con una fine e un inizio, poiché - come ci spiegano Carles Cañellas; e Susanna Rodríguez, coreografa e costumista - il destino della marionetta è nascere per creare un nesso immaginativo ed emotivo con il pubblico, e poi morire. ‘Identitas’ come nell’apologia morale del teatro delle marionette di Heinrich von Kleist è “una gemma di estetica metafisica" (per dirla con le parole di Thomas Mann). Anche quando qualcosa sembra incepparsi e la marionetta pare addormentarsi dentro quello sciogliere di nodi e di fili si compie una “festa di mirabilia". Questo frammento imperfetto di realtà a cui lo spettatore assiste non crea alcuna interruzione poetica, si ha l’opportunità di entrare dentro il processo teatrale e al tempo stesso di tastare la dimensione relazionale tra la marionetta e il suo costruttore. "Il vero gesto dell'artista non è il gesto perfetto, ma il gesto unico. Che è fondamentalmente diverso. Un gesto pericoloso. Lavora senza rete. Un salto nel vuoto", sosteneva Gerard Mordillat.

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Ed è forse questo disvelamento della struttura teatrale spogliata di ogni artificio, questo mostrare tutto, uno dei punti di congiunzione tra lo spagnolo "Identitas" e "Me_Dee", spettacolo della compagnia siciliana Sutta Scupa, in scena nell’impianto circolare della ex Chiesa di San Mattia ai Crociferi. Due opere in cartellone nella stessa sera, in successione e location differenti. La condizione di verità nel processo di rappresentazione di cui ci parla Michel Focault in ‘Le parole e le cose’ (1966), quando nel capitolo inaugurale analizzando "Las Meninas" di Velásquez ci spiega come a essere mostrato non sia solo il dipinto, ma tutto il dispositivo scenico nel suo funzionamento: l’oggetto rappresentato, il soggetto che rappresenta e il pubblico per il quale tutto questo è rappresentato. Non importa se sia uno spazio immaginario (come in ‘Identitas’) o una trasposizione di processi reali, di contemporaneità dolente (come in ‘Me_Dee’) perché in entrambi i casi lo spazio diventa il luogo in cui “segni” e i movimenti diventano visibili. La "mise en abyme" più metafisica e silenziosa del RocamoraTeatre diventa volutamente visibile allo spettatore nella "Me_Dee", con la drammaturgia di Ubah Cristina Ali Farah e Giuseppe Massa (che ne cura anche la regia): il pubblico accolto in una scena scarna, essenziale, un cerchio di microfoni deposti a terra davanti ai quali si disporranno le sette attrici e un attore (solo alla fine lo scopriremo; i pesanti burqa dorati indossati non permettono di distinguere le identità di chi è in scena). 

Lo spettacolo inizia con un prologo fatto dalla lettura di didascalie (recitate da Sofia La Licata, sul palco insieme a Elena Amato, Valentina Apollone, Tamara Godunova, Queen Igbinigie, Valeria Sara Lo Bue, Paolo Mannina, Anita Yao) che costruiranno lo spazio in cui siamo e ci introdurranno allo stato d’animo di Medea, delle Medee, otto per l’appunto in una moltiplicazione che fascerà in cerchio Giasone (interpretato da Gabriele Cicirello). Lui, seduttore-traditore, conquisterà e manterrà il centro con il suo abito dorato, il copricapo da guerriero e un grande trolley nero che sarà appendice da cui non si staccherà mai e in cui, proprio come una marionetta, si deporrà alla fine ferito e pazzo. La Medea-narratrice interverrà anche durante la messa in scena, un cortocircuito shakespeariano in cui l’attore si rivolge direttamente al pubblico, quando per esempio alle domande serranti e prepotenti di Giasone non verrà data risposta e questa sarà proprio sottolineata con: "Nessuna risposta". La figura del burattino presente in entrambi gli spettacoli declina in maniera differente il tema della metamorfosi incarnato dalle marionette: potere creativo e trasfiguratore nel teatro di Rocamena, è in "Me_Dee" il simbolo della colpa e della condanna. Nello spettacolo della compagnia siciliana i due burattini, prendono il posto di due bambini in carne e ossa solo per pochi istanti in scena, vengono poi ninnanati dalle braccia di tre Medee. infine scossi a morte (sotto uno dei pesanti burqa dorati in realtà si nasconde il bravo Paolo Mannina, burattinaio "prestato" e d’eccezione).

Medea è solamente un’infanticida? Euripide la fece assassina in un’ottica xenofoba. La paura dello straniero è uno dei temi al centro della tragedia greca, in un tempo in cui gli ateniesi ritenevano che l’unica civiltà possibile fosse la loro. Medea è straniera, maga e megera, anche la sua regalità non vale nulla poiché nulla è la cultura di cui è portatrice. Barbara crudele deve compiere il peggiore dei delitti: quello contro la propria carne. L’atteggiamento nei confronti dell’esule abietto è ripreso nella Me_dee di Massa e Ali Farah, in una riscrittura che è il prodotto di laboratori a cui hanno preso parte rifugiati, migranti, attori e studiosi di teatro. All’insegna della contaminazione culturale, tra multilinguismo e multiculturalità, si dà lettura e restituzione nello spettacolo di uno spaccato contemporaneo e tragico senza tempo perché è di ogni tempo, così come lo è il mito. L'"hic et nunc" si trasforma nel siciliano "Cca, ùora", recitato da una corifea "nascosta", Valeria Sara Lo Bue, attrice siciliana di formazione scaldatianadi grande talento.

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Lo spettacolo si costruisce attraverso una babele di suoni e ripetizioni dentro il quale lo spettatore vaga. Moltiplicata è anche Medea che esplode e si rimaterializza assumendo la forma di un coro di Medee che parlano la stessa lingua e allo stesso tempo una lingua differente, a tratti incomprensibile, quasi a sottolineare la complessità di una eroina protofemminista che annichilisce la figura misera di Giasone. Una amplificazione che è anche visiva, il giallo oro degli abiti è ispirato alla ricerca del vello d’oro e alla pittura vascolare dell’antica Grecia, interessante scelta creativa della scenografa e pittrice Linda Sofia Randazzo che ha curato scene e abiti. Le Medee che circondano e avvolgono Giasone in una spirale di verità e pazzia indossano decolleté nere, burqa dorati sotto i quali è celato il volto truccato d’oro e una boccettina che contiene un liquido rosso sangue con cui, a volto scoperto, sul finale, sporcheranno le proprie mani segno che l’infanticidio è compiuto. 

Una tragedia a microfono aperto. Non c’è assoluzione, né condanna, ma disincantato realismo. Nell’ultimo monologo affidato a Giasone su un palco con tanto di microfono e asta, c’è l’uomo che discolpandosi addossa tutta la miseria a Medea, a cui si contrappone una donna lucida e distaccata che racconta passo dopo passo le dinamiche dell’infanticidio che ci è stato raccontato (riducendolo) come vendetta d’amore. Medea è però una donna che deve essere misera e orribile assassina poiché (in realtà) anomalia in un sistema che non può accoglierla. A ricordarcelo è una delle Medee, interpretata da Sofia La Licata, che a un certo punto civettuola costruisce un atto d’amore con Giasone, nel tentativo di sedurre la sua stupidità, per poi staccarsi improvvisamente dal gruppo delle sue doppie e avventarsi feroce su di lui. Si denuda il petto e lascia che un urlo straziante si liberi dal suo corpo. Profondo, sordo e prolungato, questa vibrazione vocale sfrutta tutta l’architettura sonora della Chiesa di San Mattia come se riuscisse a raccogliere tutte le rassegnazioni e sconfitte morali del nostro tempo.

Si può vietare l’uccisione di Medea? La si deve mostrare? La sindone del vero può essere nascosta o distrutta? È giusta la reazione che ci provocano queste immagini? non sapendo se siano costruttive o distruttive in noi, come suggerisce la teoria dell’iconoclash di Bruno Latour. La Medea urlante viene trafitta dai microfoni, soccombe e giace al centro della scena sotto il peso dei dispositivi che la sommergono.Una spettacolarizzazione del dolore - citando Baudrillard - in una prospettiva in cui la morte si celebra in diretta. Sotto l’occhio di tutti che, come nella vita, dimenticano presto l’orrore in un’abitudine visiva spoglia di moralità ed empatia. Anche qui predomina l’attenzione periferica alle storie che accadono ai margini: Giasone che si dispera da una parte, dall’altra la fila disposta di Medee che ieratiche accolgono ogni colpa, ogni condanna, e tacciono con palmi insanguinati che continuano a mostrare al pubblico offrendosi consapevolmente al ludibrio, mentre al centro della scena rimane quel corpo nudo e ignorato. Sono in scena: la pornografia del dolore, la nostra disattenzione, quel microfono aperto che tutti afferrano in un’emorragia di parole, giudizi e condanne tipiche del nostro tempo. Così è se ci pare. Così è, dopotutto. 
 

Come ti racconto l’anima del mondo: Identitas e Me_Dee

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