Un Falstaff partecipato e applaudito al Teatro Massimo, quando l’arte vince sulla paura

Cast d’eccezione, con molti interpreti palermitani, trionfa nella rappresentazione dell’ultima opera di Verdi che ha inaugurato il Teatro Massimo 123 anni fa, ventitré anni dopo la posa della prima pietra

Una scena dello spettacolo - foto Rosellina Garbo

Nel luglio del 1889 Giuseppe Verdi scrive a Boito: “Che gioia! Poter dire al pubblico: “Siamo ancora qua!! a noi!!”; qualche giorno dopo, entusiasta dell’abbozzo shakespeariano sottopostogli da Boito gli scriverà: “Falstaff”! Non pensiamo agli ostacoli, all’età, alle malattie!”. Potremmo allora dire, mai opera sembrò più perfetta in questi tempi pervasi dalla paura della malattia. Il Falstaff, ultima fatica operistica verdiana in tre atti su libretto di Boito, in scena nei giorni scorsi al Teatro Massimo di Palermo diventa una parabola umana, una sorta di resistenza culturale premiata da un pubblico che entusiasta ha preso parte al grande ritorno dell’ultima opera verdiana sul palco, a 123 anni da quando lo aveva inaugurato, nel 1897, e dopo 23 anni dall’ultima presenza in stagione, nel 1997 per il centenario dell’inaugurazione (ma al Politeama Garibaldi).

Un ottimo risultato per il Teatro Massimo in questa Italia al tempo del Coronavirus, che sta colpendo il cuore della cultura con oltre 7.400 spettacoli cancellati in una settimana e perdite al botteghino per 10,1 milioni di euro. In Sicilia il numero di spettacoli e manifestazioni annullati è però esiguo, e l’opera non fa eccezione, ce lo raccontano i numeri della prima di “Carmen” di Georges Bizet che ha appena inaugurato la stagione del teatro Massimo Bellini di Catania; e del Falstaff al Massimo, che nonostante un numero leggermente ridotto di spettatori, ha mostrato una platea più piena che vuota. Il Teatro palermitano mantiene intatta la programmazione con ‘La serva padrona’ in calendario sino al 1 marzo e il ‘Nabucco’ per la regia di Andrea Cigni, in scena dal 13 al 21 marzo 2020.

Per il Falstaff appena concluso si può parlare di una piccola sottrazione registrata nelle repliche con le scuole, per via dell’ordinanza di chiusura; nelle restanti giornate il pubblico di età e nazionalità trasversale ha partecipato divertito e soddisfatto alla messinscena verdiana. Per l’ultima replica del 27 febbraio, a sipario abbassato, tra scroscianti ovazioni in platea si commenta entusiasti l’opera, dagli apprezzamenti per il travolgente e imperante Falstaff (Nicola Alaimo), all’eleganza canora e recitativa di Nannetta, fino all’imponente albero capovolto che padroneggia sull’ultimo atto con un finale allegro d'insieme. Pubblico soddisfatto e divertito che non ha ceduto alla fuga tributando l’opera con lunghi applausi finali per tutta la compagine artistica, a maggioranza palermitana. L’opera andata in scena tra il 21 e il 27 febbraio è anche un omaggio a Luca Ronconi, scomparso 5 anni fa, che con il Falstaff firmò la sua terz’ultima regia lirica, realizzata nel 2013 per il Teatro Petruzzelli di Bari in coproduzione con il Maggio Musicale Fiorentino e il San Carlo di Napoli.

L’allestimento diretto da Marina Bianchi è essenziale, sulla scorta delle note registiche di Luca Ronconi che voleva un’opera leggibile a tutti e scarna di virtuosismi scenici. La scenografia di Tiziano Santi è semplice, pervasa da un grande simbolismo: dalle quattro pareti di tessuto un po’ logore e ingiallite che inquadrano la scena come in una scatola del tempo in cui la vita scorre con le sue macchinazioni; al grande letto disfatto su cui si apre il primo atto, siamo alla Locanda della Giarrettiera, con poltrone usurate a contorno, sbuffi scombinati di lenzuola e tessuti, effige di un trono decaduto da cui emerge il protagonista, sir Falstaff, ex paggio del Duca di Norfolk e favorito di Enrico V. Uomo vanesio, baldanzoso, allegro e in qualche modo simpatico, immerso nella propria disgrazia che affronta con ironica strafottenza, capace però di mostrarci il suo lato più umano e malinconico quando si troverà sul finire dell’opera a fare i conti con l’amara verità di possedere uno spirito vitale intrappolato in un corpo decadente (un parallelismo che lo accosta alle preoccupazioni del suo compositore, se ne trova traccia nelle lettere scambiate con Boito: “Voi nel tracciare Falstaff avete mai pensato alla cifra enorme de' miei anni?”); e, infine, la gran quercia di Herne, che nell’ultimo atto incombe capovolta sul letto dove riposa sir Falstaff, la scena è calata nell’oscurità silvestre di un mondo fantastico di rimando shakespeariano, dominato da fate, elfi e diavoli.

Grande apprezzamento per gli abiti di fin de siècle curati da Tiziano Musetti che insieme ad alcuni elementi di scena, tricicli, treni e mezzi meccanici, sono gli unici riferimenti alla dimensione temporale in cui è ambientata l’opera, la rivoluzione industriale in Inghilterra. Le luci, di A. J. Weissbard anch’esse essenziali si servono perfettamente alla liturgia dell’ultimo atto con tagli di bianco che fanno risaltare l’imponente albero che domina la scena finale.

Foto Rosellina Garbo

Alessandro Luongo (Ford) Nicola Alaimo (Falstaff) -® rosellina garbo 2020 _GRG1371-2

Il direttore israeliano  Daniele Oren, che vanta una lunga collaborazione con il Teatro Massimo, ha guidato con estro e appassionata eleganza tutti gli elementi dell’Orchestra dando vita a una esibizione coinvolgente che ben tributa il genio verdiano del Falstaff e la dinamicità di una partitura che anticipò gli orientamenti musicali successivi. Il Verdi nazionalista e romantico, ormai ottuagenario ma ancora vitale, a fine carriera rinuncia nel Falstaff ai temi tipici delle sue tragedie per sviluppare un soggetto ironico che prendesse spunto dall’opera The merry wives  of Windsor (Le allegre comari di Windsor), del suo amato Shakespeare. Una commedia lirica che realizzava un suo lontano desiderio, scriverà difatti in una lettera all’impresario Monaldi, nel 1890: “Sono più di quarant’anni che desidero scrivere un’opera comica!”. Il Falstaff fu per Verdi un riscatto dal suo unico approccio fallimentare al melodramma giocoso, il secondo nella sua produzione, Un giorno di regno  (o Il finto Stanislao) rappresentato il 5 settembre 1840 al Teatro alla Scala, un vero e proprio fiasco.

Il personaggio di Falstaff a cui Verdi e Boito si rifanno è una delle maschere ironiche tipiche di Shakespeare, un militare gradasso e pauroso, il cui significato del nome è “FalsaLancia” proprio a sottolinearne la scarsa prodezza; apparso nei due drammi storici Enrico IV ed Enrico V  e nella commedia  Le Allegri Comari di Windsor. Una piccola curiosità storica ci riporta al teatro elisabettiano e a un pubblico inglese che amava la scanzonata figura di Falstaff, così che la morte del personaggio nell’Enrico V fece intervenire la regina Elisabetta I, la quale ordinò al Bardo il compito di raccontare la figura di Falstaff, più umana e lontana dalle appartenenze militari. Il mito vuole che in appena 15 giorni nacque Le allegre Comari di Windsor (pubblicata nel 1602), commedia in cinque atti e a cui si ispirerà liberamente Arrigo Boito nella stesura del suo libretto. Il 9 febbraio 1893 il debutto alla Scala di Milano sarà un successo, con la direzione di Edoardo Mascheroni, alla presenza di Pietro Mascagni, Giacomo Puccini, Giuseppe Giacosa, Giosuè Carducci, Letizia Bonaparte, il ministro Ferdinando Martini e del compositore.

L’azione si svolge a Windsor alla fine del XV secolo, e ruota tutta intorno a Falstaff, interpretato dal bravissimo Nicola Alaimo che ha portato finalmente a Palermo il personaggio che lo ha visto affermarsi nei principali teatri internazionali. Alaimo si impone in un cast affiatato, apprezzabile nella sua totalità, ognuno degli interpreti mostra padronanza del ruolo non solo per caratterizzazione vocale, ma anche per la recitazione. Del baritono palermitano colpisce l’esuberanza scenica, una gestualità ammiccante mai caricaturale, una potenza vocale piena e armonica che si accosta a un buon fraseggio, e che ci restituisce fedelmente un personaggio che si divincola tra sentimenti sempre differenti: scherzoso, borioso, grottesco, ma anche malinconico. Sir John Falstaff è difatti un uomo anziano e corpulento caduto in disgrazia, che alloggia alla locanda della Giarrettiera con i servi Pistola e Bardolfo. Ritrovandosi in ristrettezze economiche e credendosi un grande seduttore decide di conquistare e derubare due nobildonne, Alice Ford (la brava Angela Nisi, dalla voce potente, e disinvolta nel ruolo) e Meg Page (Jurgita Adamonyte, ottima prova anche la sua), inviando a entrambe un’identica lettera d’amore.

Le “allegre comari” scoperto l’inghippo decidono di vendicarsi dell’impostore grazie all’aiuto di Mrs Quickly (una convincente e precisa Marianna Pizzolato) e di Nannetta (Jessica Nuccio, soprano palermitano che nonostante la maturità raggiunta dalla sua voce, riesce bene a calarsi nel ruolo della giovane figlia di Alice e Ford, con un canto fresco, un timbro brillante, ed elegante presenza scenica). Giunti al terzo atto, dopo una serie di equivoci, al “Vedrai che ci ricasca” e “L'uom non si corregge” di Nannetta e Alice, tutti i protagonisti si coalizzeranno per burlarsi ancora una volta di Falstaff e dargli una lezione esemplare. Una missiva portata da Mrs Quickly invita lo scostumato sir a un incontro d’amore clandestino con Alice: a mezzanotte nel parco dovrà presentarsi mascherato da Cacciatore Nero, il fantasma di un uomo impiccatosi ai rami dell’albero che infesta il bosco. Tutti gli abitanti di Windsor, travestiti da fate, folletti, diavoli e grandi uomini-cavalletta circondano e tormentano lo spaventato Falstaff che poco dopo scoprirà l’inganno. Gabbato rifletterà sulla propria condotta. Alla storia si intrecciano le vicende amorose di Nannetta e Felton, interpretati da Jessica Nuccio e Giorgio Misseri (tenore palermitano, che debutta splendidamente nel ruolo), i due interpreti perfettamente modulati tra loro regalano al pubblico duetti emozionanti. Piacevoli e centrati nei propri personaggi anche il baritono Alessandro Luongo, nel ruolo di Ford, il tenore Carlo Bosi (dr. Cajus), Saverio Fiore (Bardolfo) e Gabriele Sagona (Pistola).

Foto Rossella Puccio

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L’opera si conclude con la trionfale fuga “Tutto nel mondo è burla”, un momento corale di grande intensità con i personaggi riuniti lungo tutto il palcoscenico, seduti con le gambe a ciondoloni nella fossa orchestrale. Le voci crescono, si mescolano sino a sfumarsi l’una nell’altra e sovrapporsi in un crescendo gioioso, quasi mantrico, in cui le parole come svuotate di senso deflagrano in una splendida rifrazione armonica. L’apoteosi di quel nichilismo verdiano dalle sfumature ironiche fa terminare il Falstaff in una grande risata liberatoria, che cela però da una parte il monito “di chi la fa l’aspetti”, un invito al ravvedimento dei disonesti, e dall’altro una riflessione che sgrana i più remoti interrogativi sul destino dell’uomo, sulla precarietà della vita e sulla sua caducità. Avvertimento o doloroso e consapevole commiato? Verdi morirà 87 enne, otto anni dopo il suo Falstaff.

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