Preghiera a se stessa: ai Candelai Nada con il suo rock, "la sua tristezza e il suo blues"

Travolgente, languida e sensuale, Nada Malanima e il suo corpo-tamburo regalano al pubblico uno spettacolo intenso. "E' un momento difficile tesoro" entra a pieno titolo tra i lavori discografici più interessanti nell’attuale panorama musicale italiano

L'artista Nada Malanima durante il concerto a I Candelai

Non è facile scegliere il punto da cui iniziare. Se parlare subito del nuovo disco di Nada Malanima, "E' un momento difficile tesoro" (uscito il 18 gennaio 2019 per Woodworm Label / distr. Artist First.): dieci brani inediti scritti dalla stessa artista, tra cui il singolo "Dove sono i tuoi occhi" che ne ha anticipato l’uscita. Se soffermarsi sull’atmosfera di vivida introspezione che pervade tutto l’album, il nostalgico altalenarsi di un’anima bambina con gli occhi pieni di perché. Un abbandono volontario e cosciente al dolore, fasciato da una voce sensuale, arrabbiata, piena e rock, ma anche un po’ blues, come dice proprio Nada dal palco palermitano de I Candelai prima di intonare "E' un momento difficile tesoro", definendolo per l’appunto "la sua tristezza, il suo blues". Se dire che questo nuovo lavoro discografico vede il ritorno di John Parish, stimato produttore della scena alternativa internazionale, produttore tra i tanti di PJ Harvey, Eels, Giant Sand, Afterhours; al fianco di Nada dopo quindici anni dallo splendido lavoro fatto in "Tutto l’amore che mi manca" (2004). Se spiegare che proprio per queste ragioni, e per la collaborazione del sound engineer Marco Tagliola, e del trombettista dei Portishead, Pete Judge, conosciuto da Nada a Bristol dove è stato registrato l’album, fa di questo disco uno dei lavori più interessanti e sofisticati nell’attuale panorama musicale italiano. Se cominciare dal momento in cui il pubblico ha riempito ogni spazio dello storico locale palermitano, riscaldato dalle note jazz di Serena Ganci, che ha presentato tre brani inediti del suo album in lavorazione, sul palco insieme a Francesco Incandela (violino) e Gabrio Bevilacqua (contrabbasso) che da anni lavora al fianco dell’artista palermitana.

Serena Ganci con Gabrio Bevilacqua, Francesco Incandela_apertura concerto Nada_ph. rossella puccio-2

Se, invece, facendo a meno di una narrazione temporale che rispetti il preordinato girare di lancette, si potesse scegliere un punto preciso dal quale partire, un’esecuzione in particolare: il decimo brano in scaletta "O madre". Più esattamente dalla interpretazione di Nada, che regala al pubblico siciliano uno spettacolo intenso. Durante questa ballata dalla forte carica introspettiva viene fuori tutto il senso di questo disco. "Immaginare di inginocchiarsi davanti a lei, con il desiderio di entrare nel suo ventre, nella sua pancia, e lì cercare nel buio più profondo la vera essenza per rinascere e dare di nuovo alla luce se stessi", dice Nada con lentezza ieratica per introdurre il brano. Fasciata in una mise total black, che richiama la copertina dell’album, la figlia diventa madre di se stessa. All’inizio dell’esecuzione un guasto tecnico diventa però uno strappo al centramento cercato dall’artista qualche istante prima: "In questa canzone non ci devono essere interruzioni… C’è qualche problema? …E allora fermiamoci - ha detto lapidaria rivolgendosi ai tecnici e al chitarrista -. Questa è una preghiera, e le preghiere non devono essere disturbate, hanno bisogno di essere seguite perché ci elevano, ci fanno bene". Tutto risolto, strumento sostituito, ma occorre dell’altro tempo, velocissimo, ma necessario, da far rimbalzare tra le emozioni per riafferrarle e domarle con la voce. Respira per recuperarsi ed esplode immediata con la voce in una preghiera mistica che fa del suo corpo una mappa sensoriale.

"O madre" è una deposizione, il corpo-strumento di Nada partecipa tutto; gestualità, voce e suono si fondono. Le mani si contraggono e si rilasciano come fossero un organo pulsante, intente a fissare le zone di dolore, dicendo qui, e qui, e ancora qui. Ma è il ventre l’epicentro, Nada spinge e affonda con le sue mani mentre esegue il pezzo. Sembra quasi voglia ripiegarsi in se stessa e spingersi con le mani dentro il proprio utero per fagocitarsi e partorirsi al tempo stesso: "Madre fammi posto tra le tue gambe / Piego la mia testa, il buio è grande / Fondo, profondo, dentro fino in fondo / Più in fondo, più in fondo, più in fondo ancora in fondo / Scava, pigia, dai, dai, pigia / Scava di più finché non ci sono più / Finché non ci sono più, finché non mi trovo più". Ed è proprio sul finire che il ritorno agli applausi richiede tempo, lo dice ai musicisti, le sue mani si muovono su e giù, per ben tre volte, quasi respirassero insieme a lei. Una impercettibile contrattura del volto, uno spasmo di dolore su occhi che riemergono da una vertigine emotiva che le ha provocato quel "toccare la terra e baciare il sale che c'è stato" (da "Un angelo caduto dal cielo"). Si concede il tempo di ritornare, il resto è rock. Al pubblico palermitano va rimproverato di non aver sempre compreso la necessità di silenzio di cui l’artista aveva bisogno, soprattutto nelle parti introduttive dei brani.

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L’intero concerto è uno spettacolo teatrale, un’opera performativa in cui la voce di Nada si combina a una danza sensuale, convulsa, lenta e talvolta sciamanica, tra girotondi e cupe apnee emotive. In definitiva, l’ascolto del disco ‘E’ un momento difficile tesoro’ è un immergersi a piene mani nelle sue “disordinate geometrie interiori” (prendendo in prestito il titolo del libro d’artista di Francesca Woodman, ‘Some Disordered Interior Geometries’. In particolare, uno scatto della giovane fotografa sembra essere una sintesi visiva del brano ‘O madre’, e dell’interpretazione che Nada ne fa). Questo album discografico è un tirarsi fuori dalle macerie, una preghiera a se stessa, l’artista però ci tiene a dire che oltre quell’abisso vi è un istinto vitale da inseguire per risorgere. Charles Bukowski avrebbe detto: “Eterna risorge sempre la speranza, come un fungo velenoso”.
 

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