Lunedì, 26 Luglio 2021

L'Arte e il dissenso civico, Letizia Battaglia: "Ribellarsi non basta, facciamo tutti qualcosa"

La fotografa palermitana a margine della presentazione del Festino di Santa Rosalia, nel giorni in cui le magliette rosse diventano linguaggio del dissenso, una protesta gentile per fermare l’emorragia di umanità in materia di migranti, un "muoversi contro" l'ideologia suprematista

Letizia Battaglia

Cosa ne pensa Letizia Battaglia della necessità di avere artisti e intellettuali disposti a prendere posizione contro le politiche migratorie del Governo? Una domanda posta a bruciapelo mentre guadagna l’uscita della sala in cui si è appena svolta la conferenza stampa di presentazione del 394° Festino di Santa Rosalia, di cui la nota fotografa è codirettrice al fianco del regista teatrale Lollo Franco (alla sua seconda volta).

Prima della risposta, occorre però una premessa su questo 7 luglio 2018. Una giornata che si è vestita di rosso. Al supermercato, al ristorante, per strada, dal fruttivendolo, sul bus, sui social, e anche in momenti istituzionali come il tavolo della conferenza stampa dell’annuale Festino dedicato alla patrona di Palermo, le magliette rosse sono diventate il linguaggio del dissenso, una protesta gentile per fermare l’emorragia di umanità in materia di migranti, un ‘muoversi contro’ una pericolosa ideologia suprematista. L’accoglienza è un valore cristiano ha ricordato l'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice: "Rosalia è palermitana e ha visto il nostro mare dall'alto della montagna. E il mare nostro non può avere bambini che muoiono". Un indumento rosso "per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà", come recita l’appello di Anpi, Libera, Arci, Gruppo Abele e Legambiente che hanno sposato l’iniziativa lanciata alcuni giorni fa da Libera di don Luigi Ciotti. Quella #magliettarossa (questo l’hashtag ufficiale) è la richiesta di un esercizio di memoria di cui la nostra società necessita, è l’invito a ‘mettersi nei panni’ di chi sfida il mare in un atto di speranza. Un gesto semplice, silenzioso che parla di consapevolezza, di un ‘no’ politico, morale e cristiano. Perché rosso è il colore dei pigiamini indossati dai bimbi annegati davanti le coste libiche; ma anche di quella piccola maglia che fasciava il corpicino esanime di Alan Kurdi sulla spiaggia turca di Bodrum. Bimbo di appena
tre anni in fuga, insieme a tutta la sua famiglia, dalla città curdo-siriana di Kobane, piegata da conflitti e sotto assedio dell’Isis. Una foto simbolo, ancora oggi, reiterata nei social tra commozione e indignazione, quest’ultima filiazione delle false notizie, degli stereotipi e dei luoghi comuni, di discorsi che con la cannula della paura instillano odio e ostilità verso i migranti. Lo scrittore Roberto Saviano, che si è mostrato sui social con indosso una t-shirt rossa, ha ricordato: "I migranti indossano e fanno indossare ai lori bambini magliette rosse o di colori sgargianti affinché, in caso di naufragio, siano visibili in mare durante le operazioni di recupero. Sperano nel colore acceso, sperano nel colore per non essere abbandonati". Un atto di commovente speranza, ma anche tragica consapevolezza che il viaggio affrontato in mare, in condizioni disumane, tra le sue possibilità ha anche la morte. L’iniziativa di Libera ha raccolto tanti consensi, ma anche critiche da parte di chi polemizzando l’ha definita ‘ipocrita’, ‘inutile’, ‘banale’, nel migliore dei casi. Attacchi che ogni giorno vengono riservati anche ad altre iniziative simili come l’appello dei Pearl Jam che durante il loro concerto a Roma hanno rilanciato l'hashtag #apriteiporti, scatenando le ire di chi appoggia il governo Salvini-Di Maio. A diventare un ‘caso’, questa settimana, è stata la copertina arcobaleno del magazine Rolling Stones: 'Noi non stiamo con Salvini. Da adesso chi tace è complice'.

In mezzo a tutti questi disaccordi più forte si fa la domanda: l’artista, l’intellettuale, ha il dovere morale di prendere posizione e mostrare il proprio dissenso, assurgendo in qualche modo alla figura di guida? Soprattutto, oggi ne possiede le capacità? Questa seconda domanda, ahimè, non ho fatto in tempo a porla a Letizia Battaglia, che con la sua mise nera e i capelli dalla tinta eccentrica mi aveva già salutato con un sorriso. Dopotutto, è una domanda aperta, propria di ogni tempo, anche dei più tragici come quello che stiamo vivendo. Del tempo degli epigoni di una politica oscurantista che, con la sua ‘retorica muscolare’ rievocatrice di un pericoloso nazionalismo, misto a familismo e misoginia, trasforma il dramma dei migranti nella storia di un’immaginaria invasione. Occorre, dunque, fare spazio alla propria pietas, il tempo appena per chiedersi, almeno una volta: "Io, cosa posso fare?". 

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