Mercoledì, 17 Luglio 2024
AMARCORD1983

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A cura di Alessandro Bisconti e Francesco Sicilia

"Sono un mafioso, voglio cambiare vita": 50 anni fa esatti "canta" Vitale, il primo pentito della storia

Violando il codice d'onore fu il primo a fare nomi di Totò Riina e Vito Ciancimino, venne preso per pazzo. La sua testimonianza, mezzo secolo più tardi, oggi assume ancora più importanza. Cosa nostra gli fece pagare lo "sgarro" uccidendolo nel 1984 all'uscita dalla chiesa dei Cappuccini

Fine marzo 1973. Un "picciotto" di Altarello di 32 anni, si presenta in piena notte in questura. Lo accompagnano nell'ufficio di Bruno Contrada, commissario della squadra mobile. Vuole raccontare "qualcosa di importante". Lo fanno sedere e parlare per tutta la notte. "Sono un uomo d'onore, sto attraversando una crisi religiosa, voglio iniziare una nuova vita". E racconta di avere commesso degli omicidi, fa i nomi di Totò Riina, Pippo Calò, Vito Ciancimino e altri mafiosi e gregari. In poche parole: si pente. Si capisce che è uno che "sa" e non è un millantatore. Viola il codice d'onore, rompe il muro dell'omertà, svela l'esistenza di una Commissione, descrive per filo e per segno anche il rito di iniziazione di Cosa nostra, rivela nuovi dettagli mai confessati, disegna la mappa e l'organigramma della mafia. Lui è Leonardo Vitale, il primo pentito. Sono passati 50 anni esatti da quel giorno.

Cresciuto in una famiglia mafiosa, Vitale era un criminale vero che quel 30 marzo 1973 decise di cambiare vita. E' considerato il primo collaboratore di giustizia della storia della criminalità organizzata in Italia. Siamo all'inizio degli anni Settanta quando il pentito non è ancora di moda. Vitale ad esempio racconta nei dettagli i sequestri Traina e Cassina, elenca gli scempi della famiglia Liggio, denuncia Calò ed altri 27 mafiosi come autori del delitto del procuratore Scaglione. Un giorno dopo scatta la retata: cento capi clan finiscono all'Ucciardone. Ma dopo il processo vengono tutti assolti per insufficienza di prove. Pippo Calò ad esempio non si trova e dopo quelle dichiarazioni avvia la sua latitanza. Alla fine gli unici ad essere condannati sono proprio Leonardo Vitale e lo zio, l'uomo che lo aveva introdotto nella famiglia di Porta Nuova e capo del clan dei Danisinni. Il padre dei pentiti di Cosa nostra viene infatti preso per pazzo. In Appello lo dichiarano infatti seminfermo di mente lo rinchiudono in diversi manicomi giudiziari. Una via crucis che passa anche dal carcere dell'Ucciardone.

A causa delle sue dichiarazioni sulla mafia viene sottoposto a numerose perizie psichiatriche e i medici stabiliscono che è affetto da schizofrenia. Pure i parenti prendono le distanze e dicono che è un pazzo. Dal 1977 viene recluso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Lo chiamano il "Valachi" di Altarello, come il primo mafioso italoamericano (Joe Valachi) che parla pubblicamente della sua stessa organizzazione di fronte alla commissione McClellan (è l'inventore dell'espressione Cosa nostra). Vitale diventa "l'uomo di vetro", come il titolo di un libro di Salvatore Parlagreco che racconterà anni dopo la sua storia: "Tormentato dai sensi di colpa, minacciato dai potenti boss, assediato dai familiari spaventati, costretto a peregrinare da un manicomio all'altro e sottoposto a crudeli terapie come l'elettroshock - si legge nel libro - Leonardo Vitale potè vivere da pazzo per undici anni, perché il pazzo non ha verità né menzogne e le sue parole non contano niente".

Altro che pazzo. Chi rilegge quella famosa deposizione del 1973, si accorge che Leonardo Vitale era in realtà lucidissimo. E infatti nel 1984, a distanza di 11 anni, le sue testimonianze vengono confermate autorevolmente da Tommaso Buscetta. E' un periodo particolare, spuntano i collaboratori di giustizia. Oltre a Buscetta la lista è lunga: Contorno, Sinagra, Calzetta, Coniglio. Sì, qualcosa è cambiato. A quel punto le cosche, che nulla dimenticano, sanno che Vitale non è più considerato un pazzo e decidono di fargli pagare lo sgarbo commesso 11 anni prima. E' una domenica mattina, sempre del 1984, il 2 dicembre. Vitale - appena dimesso dal manicomio giudiziario - si trova nella chiesa dei Cappuccini con la madre e la sorella. Esce, per tornare a casa. Un'auto affianca la sua, gli arriva un colpo di pistola in testa. Morirà dopo cinque giorni di agonia.

Vitale, il primo pentito di mafia, viene messo a tacere per sempre dai corleonesi che mandano così un segnale a chi ha voltato le spalle a Cosa nostra. Vitale è stato l'esempio del mafioso che "canta", rischiando la vita senza essere creduto, per poi infatti rimanere isolato e finire ammazzato. Cinquant'anni dopo il suo esempio è diventato storia. Come il pensiero che a Vitale ha dedicato Giovanni Falcone durante il maxiprocesso: "A differenza della Giustizia dello Stato, la mafia percepì l'importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell' omertà. E' augurabile che, almeno dopo morto, Vitale trovi il credito che meritava e che merita".

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