Mercoledì, 16 Giugno 2021
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"Troppe lavoratrici penalizzate perchè madri", appello della Uiltucs per una reale parità

Il sindacato lancia l'allarme per le condizioni del mercato del lavoro. Marianna Flauto: "Constatiamo giornalmente che l’essere donna è di per sé una discriminazione, ma essere mamma diventa una grave colpa"

C’è Valentina che occupa un ruolo di primo di responsabilità in una multinazionale del commercio, ma è madre di un bimbo ed è costretta a richiedere un demansionamento e un part-time. Giovanna, addetta alla grande distribuzione, ha un contratto pesante in virtù della sua anzianità di servizio e ha un bimbo di 4 anni: su di lei iniziano pressioni fino a quanto viene trasferita da Palermo a Vittoria, nel Ragusano, cade in depressione e viene licenziata. Maria è dipendente di una grande catena nazionale dell'abbigliamento e si è vista negare i permessi per l'allattamento.  Storie di ordinaria discriminazione quelle raccontate dalla Uiltucs Sicilia nel giorno della festa delle donne.

mariannaflauto-2Marianna Flauto, segretario generale del sindacato, spiega che “ancora oggi la reale uguaglianza tra uomini e donne risulta essere un traguardo non ancora raggiunto. Le donne rappresentano una grande componente nel settore del commercio e, per quanto la società sia mutata in questi decenni, e malgrado  tutte le forme di tutela  che il sindacato ha fortemente voluto, continuano a registrarsi casi di discriminazione contro i quali la Uiltucs combatte ogni giorno senza sosta”.

Flauto spiega che “quotidianamente assistiamo legalmente donne, madri lavoratrici che portano il fardello di dover fare i conti con il difficile tema della conciliazione dei tempi di vita–lavoro e dell’inadeguatezza di servizi a sostegno della famiglia. Constatiamo giornalmente che l’essere donna è di per sé una discriminazione, ma essere una lavoratrice madre è una grave 'colpa'. Per le lavoratrici comunicare la gravidanza al proprio datore di lavoro ancor oggi è fonte di ansia, ritornare dalla maternità significa troppo spesso essere considerata come una persona che rientra dalla malattia, praticamente un 'peso' per il datore di lavoro che non riesce a comprende e accettare che la propria dipendente debba  lavorare meno ore perché in allattamento”. E racconta la storia di Valeria, un'addetta alle vendite di una grande multinazionale, assunto a tempo determinato, che per non aver accettato le “particolari” attenzioni del direttore di filiale non ha avuto riconosciuto la tanto agognata assunzione. Si è così rivolta al sindacato ed è riuscita a ottenere la stabilità ma solo attraverso una battaglia legale. “Se vogliamo davvero superare le differenze di genere – conclude Flauto - è necessario cambiare alla base, educare le nuove generazioni al rispetto dell’altro, infondere principi di uguaglianza già dalla famiglia, attraverso la scuola, il mondo del lavoro, la politica e il sindacato”.

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