Entra nel profilo Facebook della moglie e viene condannato: "Accedere è sempre reato"

E' quanto stabilisce la sentenza della Quinta sezione penale della Corte di Cassazione, che si è espressa su una vicenda avvenuta a Palermo

Entrare nell'account Facebook del partner senza la sua esplicita autorizzazione è un reato, anche se le credenziali d'accesso sono state fornite spontaneamente. E' quanto stabilisce la sentenza della Quinta sezione penale della Corte di Cassazione, che si è espressa su una vicenda avvenuta a Palermo, ovvero il ricorso di un marito che era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per essere entrato "abusivamente" nell'account di quella che ormai è la sua ex moglie. 

L'uomo aveva ricevuto dalla moglie le sue credenziali per accedere a Facebook prima che la loro relazione si incrinasse. In seguito, era entrato nel suo profilo e fotografato una chat che la donna aveva intrattenuto con un altro uomo e poi aveva cambiato la password, impedendo così alla moglie di poter accedere di nuovo. Secondo la Cassazione, un comportamento del genere configura il reato di accesso abusivo nella privacy indipendemente dal fatto che le credenziali siano state ottenute lecitamente o meno. 

Contro la condanna - l'entità non è nota - emessa dalla Corte di Appello di Palermo nel settembre 2017, il marito imputato, nel frattempo diventato ex coniuge, ha protestato in Cassazione sostenendo che "chiunque poteva accedere" al profilo della moglie "presidiato da codici di accesso piuttosto comuni" e comunque le credenziali gli erano state comunicate dalla stessa donna "prima del lacerarsi della loro relazione". Ma per la Cassazione "la circostanza che lui fosse a conoscenza delle chiavi di accesso della moglie al sistema informatico, quand'anche fosse stata lei a renderle note e a fornire così in passato una implicita autorizzazione all'accesso, non escluderebbe comunque il carattere abusivo degli accessi".

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"Mediante questi ultimi - proseguono i giudici della Cassazione - infatti si è ottenuto un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante rispetto a qualsiasi possibile ambito autorizzatorio del titolare dello 'ius excludendi alios', vale a dire la conoscenza di conversazioni riservate e finanche l'estromissione dall'account Facebook della titolare del profilo e l'impossibilità di accedervi". I supremi giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso della difesa dell'imputato e lo hanno anche condannato a pagare duemila euro alla Cassa delle ammende e quasi tremila euro per la difesa della ex moglie costituitasi parte civile.

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