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Coronavirus e violenza sulle donne, "mascherina 1522" è la parola in codice

In Italia aumenta la violenza contro le donne durante il lockdown. Sei vittima di violenza domestica? Trova aiuto in farmacia richiedendo "Una mascherina 1522". Ne parliamo con il dottore Giovanni Muscolino (foto allegata), responsabile dell’unità di Neonatologia e Patologia neonatale della casa di cura Villa Serena, di Marina Fontana.

giovanni muscolino-2-2L’emergenza sanitaria coincide con un allarme sociale, quello della violenza domestica, che non conosce soste neanche durante la quarantena forzata. Al contrario sono molte le donne costrette a vivere per più tempo con chi abusa di loro, rendendo difficile, se non impossibile, chiedere aiuto. In generale queste restrizioni hanno reso più difficile la convivenza con queste vere e proprie torture, compreso lo stalking. "Voglio una mascherina 1522" è la frase che basterà pronunciare al farmacista per denunciare una violenza. Una frase in codice che servirà a far partire (attraverso il farmacista) il protocollo di aiuto per la vittima di violenza.

Ci racconti di lei e della sua storia professionale

"Ho 43 anni, sono un pediatra, sono nato a Messina e lì ho studiato. Durante specializzazione ho indirizzato la mia formazione professionale verso l’endocrinologia pediatrica, con particolare attenzione all’obesità pediatrica ed ai disturbi alimentari. Amo lo sport, la musica, mi piace cucinare e sono un amante dei film. Da più di 10 anni vivo e lavoro a Palermo. Dal 2016 sono responsabile dell’unità di Neonatologia e Patologia neonatale della clinica Villa Serena. A Palermo ho conseguito la seconda specializzazione in Psicoterapia cognitivo-comportamentale. Quotidianamente mi confronto con la diade madre-bambino. Molte spesso 'dimenticano' di essere comunque donne".

Come funziona questa iniziativa?

"L’iniziativa è nata da un accordo tra i centri antiviolenza e la Federazione farmacisti. Dopo aver pronunciato la frase in codice, il farmacista fornirà alla donna informazioni utili e si attiverà per fornirle aiuto. Io ho letto dell’iniziativa partita da Livorno e ho deciso di diffonderla a Palermo e in Sicilia. La farmacia è più accessibile di un consultorio o di un centro antiviolenza. In alcuni casi è anche più facile che fare una telefonata. L’idea è venuta a 'staffetta democratica', rilanciata dall’associazione "Non una di meno". In Spagna basta entrare in una qualsiasi farmacia e dire 'mascarilla 19' per denunciare la violenza. L’iniziativa è stata oggetto anche di una lettera inviata a Conte. Il 2 aprile il ministro per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti, il presidente della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani Andrea Mandelli, il presidente di Federfarma Marco Cossolo e il presidente di Assofarm Venanzio Gizzi, hanno firmato un protocollo d’intesa per potenziare l’informazione per le donne vittime di violenza domestica e/o stalking durante l’emergenza Coronavirus. Sarà rafforzata la diffusione, anche tramite cartelli, del numero verde antiviolenza 1522, attivo 24 ore su 24, già oggetto in queste settimane di una campagna di comunicazione promossa dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del consiglio dei ministri".

Per l’Istat è un fenomeno in crescita che interessa in Italia oltre 6 milioni e 743 mila di donne

"Mi piacerebbe immaginare che accanto ai farmacisti possano esserci anche i pediatri, uniti per dare supportare e informare le donne vittime di violenza. Noi pediatri siamo 'i medici dei bambini', prendiamo in carico un bambino neonato e lo seguiamo fino a quando diventa un adolescente. E con i bambini accogliamo anche i genitori, soprattutto le madri, le quali si fidano del pediatra che diventa quasi 'uno di famiglia' Il bambino molto spesso viene 'usato' dalla madre vittima di violenza per lanciare un segnale di disagio che non riesce a manifestare in altro modo. Spesso la madre vittima di violenza attribuisce ai propri figli una sorta di ruolo di 'farmaco curativo'. In altri casi la madre percepisce il figlio come la 'causa' che lo lega al suo carnefice, specie nel caso di una gravidanza non voluta, imposta dall’uomo o conseguenza di un abuso. Quando abbiamo di fronte una madre iperprotettiva o ansiosa, che si sente inadatta, incapace, piena di dubbi che vanno al di là dell’inesperienza del primo figlio, o peggio assente, fermiamoci un attimo, guardiamole, ascoltiamole e pensiamo. Osserviamole quando entrano in un ambulatorio o dopo il parto, quando vengono in pronto soccorso coi figli. Capisco che il lavoro è sempre tanto. Le competenze genitoriali vengono compromesse in caso di violenza di genere e le carenze possono manifestarsi lungo un continuum di gravità crescente, fino alla violazione dei diritti e della dignità del figlio. La violenza perpetrata dall’uomo sulla donna costringe il figlio ad adattamenti difficili che provocano disagio e sofferenza. Spesso i figli vengano coinvolti nelle forme di maltrattamento inflitte alla madre, e diventino a loro volta vittime vicarie di varie forme di maltrattamento, con l’acquisizione di schemi disfunzionali".

Spesso si sottovaluta la violenza psicologica. Quali possono essere le conseguenze?

"La violenza fisica è episodica, mentre la  violenza psicologica è subdola, quotidiana, fatta di denigrazione e umiliazioni continue, con l'obiettivo di esercitare sulla donna il proprio potere. Proprio perché meno visibile, questo fenomeno viene spesso negato o nascosto dalle vittime stesse, che in molti casi finiscono per considerare come normali alcuni comportamenti inaccettabili del proprio rapporto. Nonostante non sia sempre facile riconoscere tali episodi, ci sono alcuni comportamenti anomali da considerare campanelli d’allarme. Se il partner quotidianamente mette in atto uno o più dei seguenti atteggiamenti, che sono tra i più comuni, è molto probabile che stia esercitando un abuso: la svalutazione continua (attraverso critiche immotivate e false); la tattica del silenzio (attraverso l’indifferenza e l’interruzione della comunicazione); gli atteggiamenti passivo-aggressivi (comportamenti ambigui con frasi a metà, toni irritanti senza motivo, cattivo umore e musi lunghi); la gelosia patologica (una forma di gelosia insana, ossessiva e non giustificata da dati oggettivi); il discredito delle persone vicine (il partner denigra famigliari, amici e conoscenti della donna, così da allontanarli da loro e isolarla); il controllo patologico (monitoraggio di spostamenti, conversazioni telefoniche e chat personali); il gaslighting (utilizzare una strategia comunicativa sapiente e subdola che ha lo scopo di confondere la donna e farle credere di 'essere pazza'); l’utilizzo di ricatti e minacce (possono essere esplicite o meno, e hanno l’obiettivo di rendere la vittima succube delle richieste, dei desideri o di veri e propri capricci spesso anche umilianti del partner)".

Le donne vittime di violenza spesso lanciano qualche segnale. Come possiamo riconoscerli?

"La violenza all’interno del rapporto personale o familiare è sempre traumatica e può dare avvio a dei disturbi psichici con dei tratti più o meno marcati, fino a configurare il quadro del disturbo post traumatico da stress. Vengono descritte due tipologie di sindromi conseguenti a maltrattamenti: la Sindrome di Stoccolma domestica, una condizione psicologica in cui la vittima può manifestare sentimenti positivi nei confronti del proprio abusatore, fino ad arrivare a pensare che l’unico modo per sopravvivere sia essergli fedele, nei gesti e nei modi, senza mai tradirlo, ove per tradimento si intende anche il confidare ad altri il loro 'segreto'. La frase 'sono scivolata dalle scale' a giustificare i segni delle percosse ne è l’emblema; la Sindrome della donna maltrattata si ascrive all’interno di un 'ciclo di violenza' che si articola in una prima fase di accumulo della tensione, una seconda di aggressioni e percosse, ed una terza fase di cosiddetta 'luna di miele'. Una fase, quest’ultima, 'amorosa' di apparente sollievo, che in realtà amplifica il disagio creando nella vittima speranze illusorie di cambiamento e che la violenza possa cessare".

Quale messaggio vuole mandare alle donne che subiscono violenza?

"Mi viene in mente una frase dello scrittore Clive Staples Lewis, noto ai più come autore de 'Le cronache di Narnia': 'Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale'. Sapere di non essere sole davanti a tutto questo è il primo fondamentale passo per uscirne. E noi abbiamo l’obbligo di non lasciarle sole. La violenza di genere poggia purtroppo su costumi culturalmente acquisiti e ancora tacitamente condivisi. 'Lui sarà pure un violento, ma quella se l’è andata a cercare' è un pregiudizio tuttora assai diffuso che cresce su un terreno fertile dal quale affiora ciò che Dostoevskij aveva intuito: 'Per quanto mi riguarda personalmente, io altro non ho fatto nella mia vita se non portare all’estremo ciò che voi avete osato portare soltanto sino a metà'".

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