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L'odore della terra bagnata

Via Esperia, 8 · Partanna-Mondello

L’arrivo delle prime piogge decreta in modo indiscutibile la fine dell’estate, momento suggestivo reso tale grazie ai segni distintivi che la caratterizzano: il ticchettio della pioggia che batte sui vetri, la brezza fresca che si insinua lieve dentro casa, il rumore delle auto che sfrecciano insicure sull’asfalto bagnato, e poi l’odore della terra bagnata che è sempre stato il mio preferito tra i profumi a cui affidare la mia malinconia, almeno fino a qualche tempo fa. Oggi, l’odore della terra bagnata dopo un acquazzone, nel posto in cui vivo, è un presagio infausto, dal quale è impossibile sottrarsi. La lunga estate calda sembra aver spazzato via il ricordo, non troppo lontano, dell’ultimo devastante temporale, ma basta niente, magari uno dei segni contraddistintivi sopraelencati, a riportare tutto alla memoria. Un manto di nuvole nere e minacciose nasconde il sole, come un sipario che si chiude su un palco spettrale che, nel giro di pochi minuti, metterà in scena la sua tragedia.

No, non è un acquazzone come gli altri, io e i miei vicini di casa lo sappiamo bene, abbiamo imparato a riconoscerli. Ci affacciamo sul balcone per controllare la situazione, scambiandoci sguardi muti e rassegnati. I battiti del mio cuore seguono il ritmo lento della pioggia che, incessante, scivola senza chiedere permesso, e il mio palpitare preoccupato la segue nel suo divenire, portentosa e inopportuna. Provo a distrarmi, dicendo a me stessa che tra un po' smetterà, ma lei, con il suo incedere innocente, continua a cadere, inconsapevole di quello che provocherà. In lontananza, sento echi di rumori conosciuti, ma ancora troppo radi e lontani per discernerli in modo preciso. Frastuoni che, nel posto in cui abito, Partanna Mondello, si avvicendano quando il corso dell’acqua piovana inizia a superare i limiti consentiti, come il fragore del tuono anticipato dal lampo del fulmine. Cerco di distrarmi preparandomi un caffè, ma il gorgoglio della moka non è sufficiente a coprire i rumori che, nel frattempo, si fanno più intensi e ravvicinati: voci, persiane che sbattono, porte che si chiudono, rombi di motori accesi che fuggono via, passi isterici sull’asfalto fangoso, segnali codificati tra vicini che si scambiano occhiate silenziose e rassegnate. Scosto la tenda della finestra con fare ritroso, sperando in una piccola grazia divina.

Tiro un sospiro di sollievo, quando constato che in strada l’acqua non ha ancora invaso il marciapiede, consapevole tuttavia che, se non smette all’istante di piovere, il tempo che esca il caffè, la pioggia mista alla terra si insinuerà ovunque. Il temporale continua la sua incessante corsa, e l’immagine romantica dell’ultima scena del mio film preferito, “Colazione da Tiffany”, in cui Audrey Hepburn e George Peppard, si scambiano un tenero bacio sotto la pioggia, nella mia mente viene spazzata via dalla sagoma di Cettina, la mia vicina, che corre per strada disperata, cercando di chiamare a raccolta i figli che non sono ancora rientrati a casa. – Cettina – la incita la madre – Arricampati i bambini, corri! – Come previsto, il tempo di un caffè, e uno scenario di guerra si palesa davanti ai miei occhi, con la differenza che dal cielo non cadono bombe, bensì acqua innocente. Di fretta e furia mi infilo i jeans, gli stivaletti antipioggia, il giubbino, prendo l’ombrello e scendo le scale. Corro a spostare l’auto in un luogo sicuro, per non rischiare di trovarla invasa di acqua e detriti come l’ultima volta, in cui ho dovuto sborsare una cifra per cambiare freni e pastiglie arrugginiti. Nel tragitto, incontro i miei vicini che si affrettano a imitare i miei gesti convulsi: dobbiamo essere veloci, tra poco meno di mezz’ora la strada diventerà un fiume che, senza pietà, si insinuerà ovunque, senza risparmiare niente e nessuno.

Piove, piove tanto, ma non così tanto da giustificare questo inferno; tombini a cielo aperto, ratti morti che galleggiano, escrementi, oggetti, che viaggiano sul letto di un torrente di fango, e poi acqua, tanta acqua, che entra dentro le case, le auto, i negozi, i garage, le scuole, le prese della luce, i mobili, danneggiando tutto. Cammino a fatica fra i detriti, con indosso i miei stivaletti antipioggia all’ultima moda, ma temo che, se l’acqua continua a salire, si faranno strada anche lì. Aumento l’andatura guadando un insolito fiume; mi riapproprio del mio innato ottimismo che, un attimo fa, ha ceduto il passo alla disperazione, e mi consolo pensando che, almeno, l’auto è al sicuro, la mia. Circa decina non si sono salvate in tempo, e adesso galleggiano come tante piccole arche di Noè. Il traffico è impazzito, gli automobilisti accordano i clacson all’unisono, e le sirene dei pompieri si alternano a quelle delle autoambulanze. L’acqua cade e non defluisce, rimane lì, a sfidarmi minacciosa, quasi a prendermi in giro, come a dirmi “Che c’è? Io sono il bene più prezioso”.

Ed ha ragione: la pioggia non ha nessuna colpa, il suo mestiere è cadere, il problema è che il suo passaggio dovrebbe essere lieve come una carezza, e invece è solo l’ennesimo pugno allo stomaco. Tornata a casa, dopo aver messo l’auto in salvo, constato, come fosse una cosa normale, che l’acqua mi arriva appena sotto il ginocchio e, se non fosse per gli stivaletti antipioggia che indosso, sarei fradicia come un pulcino. Di piovere è smesso, e adesso bisogna rimboccarsi le maniche, perché l’acqua, nella mia piccola casetta al piano terra, entrando senza neanche bussare, ha portato con sé tutto ciò che ha trovato per strada. Il pavimento è un tappeto di fango melmoso, i mobili un ricettacolo per animali morti e carta straccia, il frigorifero ha smesso di galleggiare e si è fermato davanti al televisore. Lentamente, l’acqua comincia a defluire dentro tombini intasati e incapaci di sostenerne il flusso in modo regolare.

Siamo tutti salvi, ma le persone, per strada, facendo lo slalom tra un Tampax e un topo morto, cominciano a contare i danni, con una rassegnazione a tratti ilare. Chi ci risarcirà dei danni subiti? Chi ci aiuterà a spazzare per terra, a togliere l’acqua dai mobili, a disfarci degli oggetti consumati dall’acqua, a ripristinare la corrente elettrica rischiando, tra l’altro, di restare fulminati? Nessuno, e questa è l’unica certezza che ho. Tiro un sospiro di sollievo perché, in fondo, tutto questo l’ho solo ricordato, è successo qualche mese fa. Tuttavia, a breve ricapiterà e, prima che sia troppo tardi, corro a prendere i miei stivaletti antipioggia. Non posso fare altro.

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