Una grande Norma con un cast stellare in scena al Teatro Massimo

È una Norma ancestrale, rituale, arcaica, fatta di donne che tessono, di fili che si dipanano come quelli delle Parche, di vaticini alla luna. Una Norma ispirata alla Sardegna profonda di Maria Lai, l’artista che proprio con fuso, filo e forbici realizzava opere povere e di straordinaria poesia. Domenica 19, alle 20.30, al Teatro Massimo la prima del nuovo allestimento del capolavoro di Bellini.

In coproduzione con l’Arena Sferisterio di Macerata, vede sul podio Gabriele Ferro, alla regia Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi, e un cast stellare: nei tre ruoli principali ci sono Mariella Devia (Norma), Carmela Remigio (Adalgisa) e John Osborn (Pollione).  Scene di Federica Parolin, costumi di Daniela Cernigliaro, luci di Luigi Biondi. “Dopo l’apertura di stagione con il Macbeth per la regia di Emma Dante – dice Giambrone – proponiamo un altro spettacolo innovativo, frutto del lavoro di due registi che provengono dal teatro di ricerca, e con un cast di altissimo livello”. “Due giovani registi siciliani, un grande direttore palermitano, un compositore siciliano – dice il direttore artistico Oscar Pizzo – per una Norma importante che circuita fuori dall’Isola. Ancora una volta questo teatro produce e valorizza la Sicilia”.

Giacomazzi e Di Gangi nascono attori e vengono da teatro sociale e di strada. Fondatori dei Teatrialchemici, portano avanti dal 2005 un progetto di lavoro dada con i ragazzi Down, con i quali vincono nel 2007 il premio Schiavelli nel 2007. Il debutto nell’opera nel 2009 con un Così fan tutte per il Teatro Massenet di Saint-Etienne e l’Opéra de Massy (2009). Del 2013 è Mr. Macbeth, opera contemporanea, del 2004 le opere Alice Special Guest (2014) e Donizetti Alive (2015). Nel 2016 per il Teatro Donizetti di Bergamo curano la regia di Olivo e Pasquale di Donizetti con la quale adesso sono nella cinquina dei finalisti dell’International Opera Awards, per la sezione riscoperte. La scorsa estate Norma è stata accolta con grande successo allo Sferisterio di Macerata. 

Una messa in scena molto materica e corporea, dove dominano sulla scena fili e tessuti, e dove i cantanti e il coro lavorano in modo attoriale, “come ci piace fare – spiegano i registi – al contrario di molti altri registi che lavorano con i mimi o con la propria compagnia di attori”. La loro Norma è un’eroina tragica che diventa libera attraverso il sacrificio di se stessa. “Mari Lai – raccontano – diceva che ci sono delle persone che nascono con la sensazione di non appartenere alle leggi di questo mondo, e che questa cosa le fa soffrire perché si sentono escluse, fin quando non capiscono che questo in realtà le rende libere, e lì sta la loro forza, e lì si esprimono e diventano se stesse. E questa è la didascalia che il librettista dell’opera, Felice Romani, avrebbe dovuto scrivere per Norma. Norma ha la sensazione di vivere in un altro mondo, ma è costretta alle leggi di questo mondo, e si è costruita delle reti intorno per non uscirne. Ma è un’eroina tragica e per diventare libera non può abbandonare il padre e il suo popolo. Per diventare libera deve morire”. 

Simboliche le reti dentro cui lei si muove. “Il futuro – aggiungono - sta nella globalizzazione, nella mescolanza, a dispetto del fatto che questo sia un periodo storico in cui si torna a costruire muri. Per questo è molto importante per noi fare questo spettacolo a Palermo che è la città più globalizzata del mondo, una città bucata, una città che fonda la sua identità nella mescolanza. Pollione non è un invasore che colonizza, ma è il futuro che avanza. Lui si innamora di una donna, di una sacerdotessa, della donna più giovane, una storia molto umana, molto comprensibile. E i due figli di Norma che portiamo in scena sono uno bianco e uno di colore”.

Dal punto di vista musicale un capolavoro assoluto, secondo il direttore Gabriele Ferro, che ha voluto alzare la fossa orchestrale quasi al livello della platea per dare un suono diretto, chiaro, pulito, più fedele possibile allo stile di Bellini. “La difficoltà interpretativa di Bellini, e soprattutto nella Norma – spiega – sta nell’equilibrio tra il coinvolgimento emozionale e l’astrazione più pura. Bellini è romantico ma anche molto celebrale, esattamente come Chopin, erroneamente interpretato in modo sdolcinato e in realtà all’avanguardia nell’armonia. Nell’uno e nell’altro c’è un romanticismo sublimato. Bellini è sorprendente. Anche nella scelta dei tempi, non si può e non si deve fare troppo veloce perché altrimenti diventa Verdi, per ogni compositore ci vuole uno stile”.  

Mariella Devia è riconosciuta a livello internazionale come una delle più grandi interpreti di tutti i tempi nel repertorio belcantistico, ha rappresentato i personaggi femminili di primo piano nella storia dell'opera lirica sulla scena dei maggiori teatri del mondo. Un repertorio rigorosissimo il suo, che le ha consentito di interpretare i ruoli principali nelle opere di Rossini, Donizetti, Bellini, Mozart e di esprimersi, con uno stile altrettanto elevato, in opere di Verdi, di Bizet e di altri grandissimi autori, fino a Puccini, nella parte di Liù in Turandot. Gli storici della musica e i critici sottolineano, oltre alla vocalità straordinaria, l’eccezionale perfezione della tecnica e la sua forza interpretativa. Ha debuttato Norma nel 2013, eseguendola da allora con continuità e con enorme successo, in un’interpretazione filologica, che lascia emergere tutta l’espressività del belcanto insieme con l’intensità drammatica, di cui l’opera è intrisa.

“Sono felice di tornare al Teatro Massimo – dice Carmela Remigio - un teatro splendido, a cui sono molto affezionata, anche perché rappresenta l’esordio della mia carriera. Ed è anche un onore poter lavorare accanto a Mariella Devia, la più grande belcantista d’oggi, con cui ho già cantato in Norma a Bologna, con la direzione di Michele Mariotti, nel 2013. Di Norma – prosegue il soprano – ho interpretato in varie occasioni sia il ruolo del titolo sia quello di Adalgisa. Vincenzo Bellini ha immaginato due donne allo specchio: Adalgisa è una sorta di giovane Norma, destinata ad essere fatalmente sedotta dallo stesso uomo che ama la grande sacerdotessa. La complementarità dei due personaggi è evidente soprattutto nei duetti: seppur con testo diverso, le note affidate alle due parti sono identiche, così come gli acuti, sicché le due voci sembrano sposarsi alla perfezione”. 

“Pollione è un bel personaggio, dice John Osborn – un uomo che ha vissuto una grande storia d’amore con Norma e poi si innamora di una donna più giovane, una storia molto umana. Sono felice di debuttare il ruolo qui in Italia accanto ad artisti straordinari e in un’opera che è la quintessenza del Belcanto”.

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