"Ladri di biciclette", il film nella sua versione restaurata sul grande schermo del Rouge et Noir

“Perché pescare avventure straordinarie quando ciò che passa sotto i nostri occhi e che succede ai più sprovveduti di noi è così pieno di una reale angoscia? E il cinema ha nella macchina da presa il mezzo più adatto per captarla”. Con queste semplici ma incisive parole, Vittorio De Sica dava la sua interpretazione del “realismo”. Un movimento, una scuola, una stagione (a seconda dei punti di vista e delle angolazioni critiche), quella del neorealismo, che ha segnato profondamente il cinema italiano e internazionale, toccando vette mai più raggiunte anche quando i modelli stilistici ed estetici del grande schermo cambiarono poi radicalmente. 

Ladri di biciclette (1948), lunedì 11 febbraio al Supercineclub del Rouge et Noir nella copia appena restaurata dalla Cineteca di Bologna, è, insieme a Sciuscià di due anni prima, il capolavoro di De Sica e comunque il suo film più voluto e più amato. Insignito dell’Oscar onorario come miglior film straniero ha legato la sua fama ai grandi riconoscimenti ottenuti in Europa e in America dopo la tiepida accoglienza iniziale in patria. Cresciuto con la retorica dannunziana e fascista e con il mito dei telefoni bianchi, il pubblico italiano veniva spiazzato da queste storie minimali, crude, realistiche appunto, prive di interpreti stellari, ammantate di amarezza e pessimismo.

La stessa schiera di critici, in anni ancora roventi per le ferite della guerra e le passioni ideologiche, stentava a inquadrare il neorealismo come una scuola strutturata di pensiero e di linguaggio cinematografico, vi coglieva anzi confusione “nel mettere assieme un certo gusto per il melodrammatico, per il romantico, per l’avventuroso, l’orrido” sino a definirla una sorta di “democrazia sentimentale”. Ci vollero gli abbracci commossi di René Clair alla gremita prima parigina, il giudizio ammirato del più autorevole critico francese, André Bazin, i tributi e le ovazioni d’oltreoceano per far comprendere che ci si trovava dinnanzi a uno dei capolavori assoluti della storia del cinema, addirittura il numero uno di tutti i tempi, come scrisse nei primi anni cinquanta una rivista specializzata britannica. 

La storia, ispirata a un romanzo di Luigi Bartolini e reinventata dalla sceneggiatura di Cesare Zavattini (che comunque, a fine anni settanta, ne prese le distanze definendolo “un romanzo d’appendice”), si immerge nel mondo dei semplici, di quegli italiani provati dalla miseria e dalla fame che cercano di ricostruirsi nel dopoguerra una vita dignitosa. È la vicenda individuale, ma simbolica di un intera moltitudine, di Antonio Ricci, disoccupato che trova un lavoro, quello di attacchino, che necessita di una bicicletta. Proprio al suo primo giorno di lavoro e proprio mentre affigge un manifesto cinematografico, gli viene rubato quello che non è un mero mezzo di trasporto, ma l’intero perno della sussistenza della sua famiglia.

Comincia una drammatica peregrinazione alla ricerca del ladro e del bottino. Accanto ad Antonio, presenza silenziosa ma altamente espressiva, c’è il figlioletto Bruno. Incontreranno un’umanità dolente, esangue, cinica per necessità, ma anche capace di scatti di commozione e solidarietà. Attraverseranno una città, Roma, a tratti surreale nelle sue strade deserte e prive di auto, ancora sotto shock bellico, in cui si intravvedono solo i bagliori della rinascita. Scene, immagini, volti, espressioni di un film immortale. 

Ladri di biciclette, mai così splendido fotograficamente grazie al restauro della Cineteca di Bologna, sarà proiettato lunedì 11 febbraio al Supercineclub del Rouge et Noir di piazza Verdi alle 18.30 e alle 21. Alle 20.30 la presentazione di Gian Mauro Costa e di Alessia Cervini, docente universitaria di Storia del Cinema. Biglietto: 4 euro (3 euro per gli under 30).

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