Fautographie, al bistrò del Teatro Massimo la presentazione degli scatti di Di Donato

I “punti di vista” in bianco e nero di Michele Di Donato che raccontano un immaginario pieno di sfumature. In tutto 112 le immagini di “Fautographie”, volume curato da Fabiola Di Maggio, che si presenta il 16 maggio al Bistrò del Teatro Massimo. 

Il mondo dei sogni, quell’universo parallelo alla realtà del quale tutti abbiamo esperienza, proposto all’occhio dell’osservatore attraverso l’obiettivo del fotografo. Ma anche quella leggerezza che appartiene ai bambini e che noi adulti abbiamo dimenticato, cancellando dalla nostra memoria il fatto che siamo stati anche noi “piccoli”. E ancora la Sicilia e i suoi borghi raccontata attraverso la cultura della nostra terra, ormai simbolo di un’epoca pronta ad appartenere alle forme del ricordo. 

Quadri singoli di una stessa e molteplice realtà che, però, grazie a Michele Di Donato, si riconoscono e si dimostrano felici di incontrarsi nel mondo pieno di sfumature rappresentato da Fuatographie, il suo primo libro fotografico che si presenta alle 17.30 di giovedì 16 maggio al Bistrò del Teatro Massimo. "Di immaginari e immaginazioni Michele Di Donato ha da sempre nutrito la sua vista. I suoi singolari e inimitabili “punti di vista” così come la sua creatività visiva - scrive la curatrice del libro, Fabiola di Maggio - dall’obiettivo delle macchine fotografiche si sono fatti immagini, arte. Forme che inevitabilmente catturano lo sguardo dello spettatore, proiettandolo in una serie di narrazioni che rappresentano il pensiero del suo autore, ma che al contempo sono specchi nei quali ognuno di noi si riflette o dei quali magari si sente riflesso. La fotografia di Di Donato non è mai solo quello che si percepisce, in essa si materializza puntualmente un surplus, esito di tutto quello che un’immagine suggerisce al di là della forma. E dunque, laddove il contatto con la realtà sembra venire meno, ecco che un appiglio ci riporta saldamente con i piedi per terra". 

In tutto 112 scatti, che Di Donato ha realizzato nell’arco di 6 anni in Europa, individuando quel senso di atemporalità e straniamento anche in luoghi che stanno perdendo o hanno già dimenticato la loro identità, territori di passaggio di cui nessuno si cura, vuote campiture fatte di lampioni, panchine e piazzali nei quali l’umano che diviene esso stesso sagoma, è solo in transito. Punto di forza di questo libro, però, è l’ultimo lavoro in ordine di tempo che l’autore ha chiamato Rem - Rapid Eye Movement, ossia quel rapido movimento che gli occhi compiono durante la fase del sonno nella quale i sogni invadono la mente. In queste immagini i contorni del reale si sfumano, si apre un canale - tutto onirico - che ci indirizza alle profondità di un mare inconscio dove è solo silenzio, dove si abbattono le barriere della razionalità. "Nei sogni non ci sono limiti né di spazio, né di tempo. Io vivo così - afferma Di Donato -, faccio molta fatica a rientrare nella realtà, infatti tendo continuamente a sconfinare nel sogno". 

Una fotografia, la sua, che traduce visivamente il transito continuo, assumendo le medesime caratteristiche estetiche. Per questa ragione siamo davanti a bianconeri particolarmente contrastati, “come se si stesse per entrare in quell’imbuto che è la mente umana”. La realtà che racconta questo raffinato fotografo di origini pugliesi, ma siciliano d’adozione, è anche quella di cui fa parte “l’utopia del vivere in un posto che non esiste”. Difficile, “azzardato” come dice lui stesso, rappresentare un desiderio che alla fine appartiene un po’ a tutti.  Per riuscirci ha scelto di fotografare il movimento, “il cammino di soggetti indistinguibili verso un dove, un altrove magari impreciso e sconosciuto”. 

Numerose le riflessioni visive che Di Donato ci propone su temi ricorrenti nella sua poetica visiva: le immagini che si susseguono nelle pagine del libro, infatti, sono quelle dei progetti più significativi realizzati fra il 2010 e il 2016 quali, oltre a Rem: Non luoghi, I Siciliani, Child, Life in nowhere land, Nightlife e Theatre. La struttura del discorso, sia pure nelle sue molteplici interlocuzioni, resta unica: siamo di fronte a una vera e propria opera antologica, sia pure di un autore anagraficamente giovane, ma fotograficamente completo e maturo.

La vita notturna che troviamo in Fautographie è rappresentazione metafisica da una parte, attratta dall’altra, dove “la luce diviene efficacemente doppio tratto distintivo: quello della fotografia e quello della notte”. Nei “non luoghi”, invece, scopriamo le visioni metafisiche in cui l’aspetto enigmatico dell’immagine e dei suoi soggetti si presenta come uno specchio nel quale l’osservatore può riflettersi e spesso riconoscerci. Anche il teatro ha per l’artista grande importanza, infatti le sue fotografie sceniche sono figure in posa attoriale, in quanto “il modo più legittimo, in termini iconografici, per validare la sua soggettiva inclinazione foto scenica e cinematografica”. 

Un mondo interiore, quello di Michele Di Donato, veramente ricco e sfaccettato, che lui stesso ci regala con grande generosità attraverso le sue foto. "Quando scatto, concentro la mia attenzione sulle emozioni che il luogo mi comunica - sottolinea lui stesso - e questo pensiero diventa il punto di partenza per una riflessione su come l’uomo riesca a personalizzare un determinato spazio che prima non aveva identità, era anonimo". 

Nel suo caso, poi, la comunicabilità delle sue fotografie, anche quando queste sembrano non avere nulla a che fare con il reale perché rappresentano i frame dei suoi film interiori, è legata a un riscontro fattivo, a un sentimento di familiarità che, nonostante una certa perturbabilità iniziale, conquista l’osservatore che la recepisce e “la condivide”. Di Donato, poi, ama definirsi un fautographo, un fotografo dell’errore.

"Cadendo in errore, la fotografia esplora il suo confine e tocca il limite dell’illecito Per questo osare in un campo rischioso, quello per l’appunto dell’errore, le immagini generano “misteriose entità che si esprimono secondo tempi e modi inaspettati”, varcando i limiti del medium e alludendo ad altri mondi possibili". 

"Il potere che queste fotografie hanno di superarsi iconograficamente per significare anche qualcos’altro - spiega in conclusione la Di Maggio - risiede in quella magia, o meglio in quella utopia, che si chiama arte. E l’arte è tale se possiede un requisito fondamentale: la libertà. Ed è proprio la libertà la condizione che caratterizza la fotografia di Di Donato: libertà nella e della predisposizione visuale; libertà di comporre l’immagine, ovvero di farla verificare prevedendola e intrappolandola nell’obiettivo; libertà che ogni immagine deve avere di cadere nell’errore; libertà di intersecare e connettere forme, spazi, tempi e soggetti esattamente come farebbe uno sciamano". 

La presentazione di giovedì 16 maggio sarà introdotta dalla giornalista Gilda Sciortino. Insieme all’autore, interverranno: Fabiola Di Maggio, curatrice del volume, ma anche e soprattutto Dottore di Ricerca in Studi Culturali e Visuali dell’Università degli Studi di Palermo, Laura Barreca, direttore del Museo Civico di Castelbuono e docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Carrara e Palermo. Ingresso libero.

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