"Quando le statue sognano", l'archeologia più prestigiosa del mondo tutta insieme al Salinas

Dalle metope dei Templi di Selinunte - il più importante complesso scultoreo dell’arte greca d'Occidente - alla Pietra di Palermo, reperto egizio della metà del II millennio a.C. circa, dalle raccolte di vasi etruschi della collezione Bonci Casuccini all’Ariete inbronzo di Siracusa, il Museo Salinas di Palermo, con la sua storia lunga oltre due secoli, raccoglie una delle collezioni archeologiche più prestigiose in Italia e nel mondo. Ma è anche un Museo che deve fare i conti con un complesso restauro che attualmente non consente la visita nella sua interezza. In attesa del riallestimento definitivo, ha preso corpo un progetto che permetterà di restituire al pubblico alcunispazi di questo luogo straordinario, che riapriranno del tutto solo al termine dei lavori, in via di completamento.

Una vera riappropriazione dello spazio: il 28 novembre alle 19 si inaugura al Museo Archeologico Salinasla mostra in due capitoli Quando le statue sognano - curata da Caterina Greco, direttrice del Museo, e dal critico d’arte Helga Marsala - e si avvia una serie di prossimi eventi collaterali, racchiusi dal sottotitolo Frammenti di un museo in transito. Attraverso spazi dell’ex monastero dei Padri Filippini mai aperti prima, ambienti riportati alla luce, manufatti di epoca borbonica, opere finora conservate nei depositi. Un progetto del Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, realizzato dal Salinas, con la collaborazione di CoopCulture.

Tra i depositi, i corridoi disabitati e le sale vuote del museo - il più antico della Sicilia - i progetti per la mostra hanno preso forma: luoghi precipitati in un silenzio onirico, per l’occasione tramutati in set e serbatoi di suggestioni per produzioni contemporanee, in stretto dialogo con i reperti archeologici. 

Quando le statue sognano comincia, in questo primo appuntamento, con l’apertura straordinaria della sala ipostila (o Sala delle Colonne) e degli spazi vicini, restaurati per accogliere opere e manufatti provenienti da diverse donazioni, prevalentemente di epoca borbonica, parte della collezione museale. Il restauro ha riportato alla luce ambienti del secentesco monastero dei Padri Filippini - i lavori iniziarono nel primo quarto del ‘600 su progetto di Mariano Smiriglio - tra cui la sala dove è visibile uno straordinario soffitto in legno dipinto, scoperto durante i lavori: era un ambiente in cui i monaci si riunivano dopo il pasto consumato nel refettorio (attuale Sala delle Metope) a cui questo primo piano era collegato: ed è stata recuperata anche l’apertura a lunetta che si affaccia sulla sala sottostante.

Oltre adopere attualmente custodite in deposito, si restituisce dunque al pubblico un’area del museo mai vista prima. Tra queste nuove sale del Salinas (un tempo adibite a uffici), che ancora non presentano il loro assetto definitivo, prende così vita un insolito racconto, in cui si intrecciano archeologia e arte contemporanea: tessuti evanescenti, ceramiche astratte, suoni elettronici, fotografie e immagini in dissolvenza, ritratti marmorei, disegni, sculture bronzee, manufatti d’uso quotidiano o con funzione rituale, compongono una sorta di fantasmagoria, di cui le statue e i reperti sono parte attiva, memoria antica e sempre vitale nella costante evoluzione del Museo.

Il racconto intessuto intorno a opere e spazi è frutto di una suggestione poetica: le statue antiche, immerse nel silenzio di corridoi, depositi, magazzini, sale sigillate, sprofondano in un sonno carico di sogni, memorie, allucinazioni e desideri, tra scampoli del loro passato e acrobazie visionarie. Le operecontemporanee, le apparizioni evanescenti, le stesse sale del museo, i simboli riemersi e i miti evocati, sembrano arrivare da quest’esercito di simulacri a riposo, in attesa di essere riscoperti e interrogati. Tra cortocircuiti temporali, contaminazioni e accostamenti, nella cornice lirica di un grande sogno collettivo, Quando le statue sognano riporta al presente alcuni archetipi inesauribili, tra i quali l’Uomo, la Natura, il Sacro, restituiti ed elaborati fra opere della collezione e opere contemporanee.

Gli artisti e le opere 

Il percorso si apre con una preziosa serie di scatti di Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo, 1943), realizzati al Salinas nel 1984: ne è protagonista Jorge Luis Borges, anziano e già cieco - sarebbe scomparso due anni dopo -, mentre sfiora alcune statue della collezione, nel tentativo di “vederle” con le mani. Un dialogo intimo tra il grande poeta - che sulla dimensione del sogno e la condizione del buio scrisse pagine memorabili - e i corpi marmorei ospitati nelle sale del museo: una muta conversazione, un ideale “reciproco ascolto”, di cui Scianna colse le intensità e i movimenti, nel buio di un’invisibilità tramutata in visione interiore.

Lungo il percorso si alternano poi le opere contemporanee di Alessandro Roma  (Milano, 1977), 108/Guido Bisagni (Alessandria, 1978) e Fabio Sandri (Valdagno, Vi, 1964), in dialogo con alcuni reperti delle collezioni archeologiche: tutti materiali recuperati, riscoperti e individuati dai curatori, in accordo con gli stessi artisti. Una selezione che si concentra sull’antica Roma e sull’eredità della cultura greca, in un susseguirsi di corsi e ricorsi, temi, opere, mutamenti e assonanze, che riflettono il complesso processo di formazione del moderno Museo.In mostra sono inoltre già presenti due importanti anteprime del futuro allestimento: nella Stanza del Mosaico la straordinaria Menade Farnese, esposta in rare occasioni - inclusa una recente mostra al Museo Salinas -, valorizzata qui da una collocazione dal forte impatto visivo, mentre nel prolungamento della Sala Ipostila sarà visibile il maestoso Ariete bronzeo da Siracusa, donato al museo da re Vittorio Emanuele II. Felice debutto, invece, per le teste votive di Cales, da un’affascinante serie di ex voto in terracotta (IV-II secolo a.C): acquisite a metà Ottocento dal Museo della Regia Università di Palermo, non erano mai state esposte tra le sale del Museo.

Ed è proprio l’Ariete a ispirare due delle opere esposte da 108/Guido Bisagni, artista visivo e sonoro con un linguaggio nutrito di astrazioni, suggestioni noise e dark, ispirazioni post-industrial e post-graffiti. MeccanicaIntangibile (2019) è un dittico su carta dedicato al concetto di doppio e di tensione tra opposti, in cui la formadell’animale, l’evocazione del suo gemello distrutto e la potenza della sua rappresentazione diventano eserciziodi astrazione pura, tra smaterializzazioni e morfogenesi oscure. L’ariete (2019) è invece il suo primo librod’artista in copia unica, interamente realizzato a mano, composto da 60 disegni a inchiostro: un processocreativo che si avvicina, secondo l’artista, a un moderno rituale misterico.

Completano il corpus quattro tracce sonore - Silvano serale, Raijin (I Signori della pioggia), Silvanonotturno, Inno alla notte (2019) - che realizzano un soundscape (paesaggio sonoro) chiaroscurale, vespertino,intriso di riferimenti a Orfeo e alla natura. I suoni elettronici si mescolano qui a field recordings (registrazionisul campo) realizzati in giro per il mondo: insetti e animali selvatici di un bosco del Minnewaska State Park,all’interno di una riserva indiana sulla Shawangunk Mountain (New York), il rumore della pioggia a Kyoto e lavoce dei ruscelli sugli Appennini; infine sussurri e bisbigli, evocativi della lettura degli antichi Inni Orfici.In dialogo con diverse opere archeologiche è invece il lavoro di Alessandro Roma, che espone una serie diceramiche variopinte ispirate a temi naturalistici, forme in transizione, corpi vegetali in mutazione: un’idea diarcheologia fantastica, protagonista di sogni e memorie, che le stesse statue, nel silenzio, sembranocoltivare. Così è per la Menade, seguace di Dioniso, simulacro di un mondo antico intrecciato con narrazionimitologiche e feroci rituali, di cui si rintraccia, nelle sculture informi dell’artista, un riflesso materiale eallucinato.

Una serie di opere su stoffa, Forms in transition (2018) e Drawing I, II, III (2018), mette quindi in scena unanatura selvatica, frammentata, esasperata, in cui i riferimenti alla figurazione si offrono a una progressivasmaterializzazione, diventando il doppio onirico di statue e reperti (dal gruppo di Eracle e la Cerva all’altocandelabro marmoreo del II sec. d. C.).E sempre la Menade Farnese è fonte di ispirazione per il lavoro di Fabio Sandri, che in Menade (2019) realizza un ritratto della celebre scultura, assemblando quattro immagini storiche  corrispondenti alle quattrotappe del lungo viaggio che, tra il ‘500 e gli anni ‘50 del secolo scorso, ha condotto lamonumentale statua fino a Palermo. Realizzata proiettando le immagini su carta fotosensibile, l’immagineottenuta in negativo, scansionata e invertita digitalmente, ha generato una nuova immagine in positivo. Con lastessa tecnica l’artista realizza Trasporto (Polydeukion) (2019), proiettando su carta fotosensibile il video diun pregevole ritratto del II sec. d.C., tenuto fra le braccia di una figura senza volto. L’immagine risultante èun’impronta del film, una somma di tutti i fotogrammi in movimento, capace di restituire l’apparenteimmobilità delle cose e la loro infinita, inevitabile progressione.

Incarnato (Satiro Versante), Incarnato (Pan), Incarnato (Cesare), Incarnato (Ritratto di Partinico) eIncarnato (Accumulo) (2019) sono dedicate ad alcune teste d’epoca romana, individuate tra opere del museonon ancora esposte: le immagini, realizzate su superfici in continua impressione e generate senza l’ausilio diuna macchina fotografica, continueranno a mutare e sbiadire per effetto della luce ambientale, fino allasparizione totale, trasformandosi via via in scarti o detriti. Fotografia come performance, ma anche comereperto e lenta accumulazione.

Project room 

Accompagna la mostra Interludi, un programma di appuntamenti che si svilupperà nel corso del 2020, in cui un’opera selezionata dai depositi del Museo, in attesa di approdare al nuovo allestimento, dialoga col progetto di un artista contemporaneo o con opere in prestito da altre prestigiose collezioni. Il ciclo si inaugura con la fotografa Roselena Ramistella (Gela, 1982) e la sua serie Ritratto di famiglia: un insieme di scatti ispirati ai lavoratori del Museo - dagli archeologi ai custodi, dai funzionari ai bibliotecari, da chi si occupa di comunicazione a chi ha in carico la sicurezza, gli archivi, le pulizie, i restauri dei reperti -, posta in dialogo con una raffinata testa romana di età adrianea (prima metà II sec. d. C.), un ritratto marmoreo del giovane Polydeukion, discepolo favorito di Erode Attico.

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