Cinisi come una moderna Recanati, la mostra in memoria di Peppino Impastato

Sarà visitabile fino dal 23 maggio al 22 giugno, presso la sala espositiva del Margaret Cafè a Terrasini, la mostra di pittura di Pino Manzella, realizzata nell’ambito degli eventi del Quarantesimo anniversario dell’uccisione di Peppino Impastato. La mostra, intitolata “Seduto se ne stava e silenzioso…”, è curata e promossa dall’associazione Asadin, con la collaborazione di Evelin Costa, testo di presentazione di Lavinia Spalanca. 

Ad ispirare il titolo dell’ultima mostra di Pino Manzella è questo breve frammento lirico di Peppino Impastato, dall’andamento quasi leopardiano. E questa poesia funge da perfetta introduzione all’omonimo quadro del pittore (Seduto se ne stava e silenzioso… ), all’insegna del gioco di specchi fra l’osservatore e l’osservato, l’io che guarda e l’io che pensa. Il silenzio è forse il leitmotiv di tutti i dipinti ospitati in questa mostra: il silenzio della memoria, di una memoria silenziata dal potere, una memoria negata che però riaffiora attraverso i documenti, le carte parlamentari, incastonati - nel perfetto connubio fra testo e immagine - all’interno delle tele dell’artista; oppure il silenzio della medi-tazione, di un pensiero che specula sul reale per prefigurare un futuro, si spera più accettabile, del presente; un pensiero poetante come quello espresso da Leopardi, nume tutelare di Peppino quando scrive i seguenti versi, che ispirano il dipinto Lunga è la notte.

Cinisi come una moderna Recanati. “Natio borgo selvaggio” in cui Peppino, come il poeta dell’Infinito, si sente immutabilmente intrappolato, in questa notte perpetua («Lunga è la notte e sen-za tempo») che spegne ogni vitalità ed impedisce di vedere oltre («Il cielo gonfio di pioggia / non consente agli occhi / di vedere le stelle»), di prefigurare un futuro diverso, senza mafie e collusioni. Su tutto piomba un cielo gravido di pioggia, che ci martella come un copione ripetuto da secoli, il copione dell’indifferenza e della rassegnazione. E qui il pensatore si fa uomo d’azione, quando af-ferma che «non sarà il gelido vento / a riportare la luce, / né il canto del gallo, / né il pianto di un bimbo», come a dire che non sarà un intervento provvidenziale a cambiare la storia, ad inaugurare un nuovo inizio, un mattino di speranza, se non saremo noi a contribuire col nostro agire quotidiano, con la nostra lotta concreta, a sfidare questa lunga notte dell’omertà e dell’immobilismo, che perdura da secoli «infinita». Ma un’altra poesia è incastonata nella tela: «I suoi occhi giacciono / in fondo al mare / nel cuore delle alghe / e dei coralli», poesia che idealmente si lega, per il rimando alle profon-dità del mare, alla quotidiana tragedia dei migranti oggetto del dipinto Notturno siciliano (Omaggio a Mirò).

Ad abbaiare alla luna, in preda alla paura dell’ignoto, non è soltanto il surrealistico cane ab-barbicato sullo scoglio, ma un’intera collettività che ringhia contro il diverso – che sia lo straniero, il poeta, l’omosessuale, il rivoluzionario, l’anticonformista – una collettività che rifiuta il confronto e si rifugia nell’alveo protetto della famiglia e del familismo mafioso, del conformismo e dell’omologazione standardizzata, dell’odio per gli altri e del facile ripiegamento esistenziale. Tutto ciò contro cui ha lottato Peppino sino a quel fatidico 9 maggio, in cui si chiude per sempre la sua agenda dell’impegno civile (9 maggio 1978).

Ma la memoria di ciò che è stato potrà essere preservata? – sembra chiedersi Manzella – una memoria labile come la sabbia che sfarina i libri di storia o svolazza leggera nei cieli dell’indifferenza (La memoria difficile), una memoria che le lettere di Peppino continuano ad affermare, in un’urgenza di verità contro il mare dei pregiudizi, anche a costo di gettare la propria «sensibilità in pasto ai cani» (La lettera), una memoria mistificata nella rete di men-zogne e depistaggi (Il groviglio), che solo una tardiva inchiesta parlamentare ha riconsegnato alla verità dei fatti. Non è un caso che in quest’universo così inafferrabile come quello dell’ingiustizia, del potere invisibile e indecifrabile, la cifra stilistica privilegiata da Manzella sia quella del realismo ma-gico e surreale, alla Mirò, o dell’arte concettuale, alla Isgrò, segno di una necessità di testimoniare e svelare, oltre le cancellature della memoria, il vero volto della realtà. Nella speranza che lo spettatore, lungi dalla solitudine alienata dei personaggi di Hopper, non fissi assorto il vuoto della sua coscienza ma incontri i nostri occhi vivi, forse disillusi ma ancora pieni – seppur nell’amarezza – d’inquietudini e fermenti civili.

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