Un Calcio Balilla gigante e una barca con i migranti: all'Ars arriva "Acqua Passata¿" 

L'installazione dell'artista palermitano Cesare Inzerillo, proveniente dall’itinerante “Museo della Follia”, vuole commemorare le 18mila persone morte nel Mediterraneo nel 2013 ma anche celebrare quelli che oggi vivono bene integrati in Italia

Un monumentale Calcio Balilla, dell’artista palermitano Cesare Inzerillo, davanti all'Ars. L'installazione, in fase di montaggio, proveniene dall’itinerante “Museo della Follia”. Sarà completata con il posizionamento in piazza del Parlamento anche di una barca in legno entro domani alle 19 quando al calar della luce sull'opera volutamente surreale (all’apparenza) saranno accesi i riflettori. Sull’imbarcazione Inzerillo ha collocato i ritratti fotografici di migranti di un centro di accoglienza, colti in momenti di un riconquistato senso di pace. La narrazione vivente di chi è riuscito a “passare l’acqua” e ad arrivare in Europa. 

Da qui il titolo Acqua Passata¿ che culmina con un punto interrogativo non causale: innesca, infatti, la riflessione su temi come le tragedie del mare e la "non" accoglienza: è o non è acqua passata? Porre la questione, di certo, è un dovere, non una provocazione. La follia dell’indifferenza va combattuta. Ma il punto interrogativo è capovolto, schiacciato dall’auspicio di un lieto fine. E così l’opera pone al visitatore una riflessione quasi obbligatoria, catapultandolo dentro come una pallina del “bigliardino”, in mezzo a giocatori rossi e blu alti due metri. Un’installazione che ha dei tratti grotteschi, come a volte è la realtà, senza una logica narrativa come in un sogno o in un incubo. Vengono accostati elementi inconsueti, che richiamano la definizione dell’estetica surrealista.

“Siamo qui – spiega il presidente dell'Ars e della Fondazione Federico II Gianfranco Miccichè - per commemorare diciottomila persone che dal 2013 sono morte nel Mediterraneo. Siamo qui per celebrare quelli che ce l’hanno fatta e che oggi vivono bene integrati, coloro per i quali il mare è alle spalle, è acqua passata. Ma siamo qui anche in nome del diritto al lutto: ho vissuto personalmente la testimonianza del dolore di chi perde un familiare in mare e finché il corpo non viene ritrovato, non si sente neanche nelle condizioni di fare il funerale, dilaniato dalle domande e da una falsa speranza. E purtroppo quel corpo, molto spesso, rimane disperso”.

L’opera si sviluppa su un modulo rettangolare con un fondo di pietrisco lungo 26 metri e largo 6 metri e resterà visibile fino al 30 ottobre. Un allestimento curato dall’architetto Stefano Biondo, responsabile del Centro regionale per il restauro. “La partecipazione del Centro per il restauro costituisce un duplice motivo di orgoglio: rientra tra le finalità di questo istituto laddove è tenuto a esplicare anche attività di organizzazione di eventi ed interventi di interesse artistico a supporto degli organi istituzionali. Nell’ormai consolidata collaborazione con la Fondazione Federico II questa occasione rappresenta, da una parte il contributo al raggiungimento di un risultato artistico di grande suggestione e di forte coinvolgimento emozionale, dall’altra, la convinzione che l’iniziativa possa avere un valore sociale ed etico sulle coscienze dei visitatori. Offrendo motivo di riflessione su una delle più grandi tragedie legate all’immigrazione che l’umanità è portata ad affrontare”.

La visione dell’opera sarà accompagnata da una composizione elettroacustica del sound designer e compositore Gabriele Giambertone, un viaggio sonoro dai Sud del mondo all’illusione Occidentale della libertà che diventa letale. Il brano, attraverso passi di Gramsci, Whitman e Bekas, sviluppa un contrappunto sonoro e dialettico tra democrazia, libertà e indifferenza con la lettura dell'attore palermitano Nicolò Prestigiacomo. Un totem, con una descrizione dell’opera a firma della giornalista e storica dell’arte Valentina Bruschi, sarà collocato vicino all’installazione. 

Martedì, in occasione dell'inaugurazione, si ritroveranno in quella che sta diventando, sempre di più, la piazza dell’Accoglienza, anche diverse comunità di ogni razza e religione. “Non esistono scarti di vita di cui l’umanità può fare a meno. Il bisogno di ordine nelle nostre vite – sottolinea il direttore della Fondazione Federico II Patrizia Monterosso, ideatrice dell'installazione insieme a Inzeritto – rischia di semplificare il fenomeno dell’immigrazione e della morte di migliaia di uomini, donne e bambini, applicando uno schematismo sull’appartenenza e sull’esclusione, delle vite utili e delle vite superflue. Così facendo il dramma dell’immigrazione, anche dal punto di vista esistenziale, accresce ancor più la sua tragicità, perché ci si pone nell’atteggiamento di spettatori indifferenti dinanzi ad un numero sempre continuo di morti. L’assenza di umanità e di responsabilità davanti a un problema, che la storia ci pone dinanzi, sono mali senza guarigione. Morti sorde che, con superficialità e distacco, rendiamo disumane. Pensiamo a quelle vite come insignificanti, inutili (uno scarto). Per tutte queste ragioni – conclude Monterosso - è necessario che la commemorazione si trasformi in un momento di lutto collettivo, che renda stridente l’eco di quelle morti”.

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