L'impiegato infedele e l'hacker: il piano per rubare 40 milioni al Monte dei Paschi

I retroscena dell'operazione "Cala spa". Accessi abusivi a sistemi informatici, riciclaggio di valute estere, polizze fideiussorie per abbindolare Inps e aziende. "E' una catena di montaggio, ogni anno programmo due o tre società da fare fallire"

Denaro sottratto accedendo al sistema informatico delle banche, riciclaggio di valute estere, truffe con polizze fideiussorie o ai danni di società finanziarie e Inps. Un tentativo di attacco al Monte dei Paschi di Siena per rubare 40 milioni di euro. Ecco i retroscena dell'operazione dei carabinieri "Cala spa" che ha portato all'arresto di 27 persone tra avvocati, commercialisti e imprenditori (LEGGI I NOMI) e al sequestro di diverse società (ELENCO).

Tutto ha inizio nel 2009 quando, al termine di un'altra operazione, i carabinieri eseguono dodici ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti di Cosa nostra, concentrando le investigazioni su Lorenzo Romano, abile uomo d'affari ritenuto a "capo di un'associazione a delinquere finalizzata alla realizzazione di reati contro il patrimonio e la pubblica fede", spiegano dalla Procura. Quindici degli arrestati dovranno rispondere anche del reato di associazione a delinquere. "Si è proceduto inoltre - concludono dalla Procura - al sequestro di 8 complessi aziendali, nella disponibilità di alcuni soggetti investigati, per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro". (IL VIDEO CON LE INTERCETTAZIONI).

HACKER E TRUFFE INFORMATICHE - Uno dei primi colpi riguarda il tentativo di furto da 40 milioni di euro da uno dei conti correnti del Monte Paschi di Siena, pianificato da Lorenzo Romano, titolare della Advisor Team, e che sarebbe stato reso possibile grazie alla "collaborazione" di Francesco Spataro, dipendente della banca. Lui avrebbe fornito ad Alfredo Tortorici, residente in Gran Bretagna e conosciuto come Skinner, documentazioni riservate come manuali operativi e codici di identificazione di alti dirigenti. Tale materiale passò in un secondo momento nelle mani di un esperto hacker, Fabrizio Spoto, che lo stesso Spataro avrebbe introdotto nella filiale così da potere creare un collegamento telematico con l'esterno grazie ad una smart key. Da quel momento i soldi prelevati avrebbero fatto un "doppio giro" per essere ripuliti, prima finendo un conto corrente della Falcon Bank di Zurigo e poi in paradisi fiscali, così come emerso da un'intercettazione: "…ci vogliono almeno due passaggi, perché tra il secondo ed il terzo si mette la chiave di chiusura - spiega Tortorici a Spataro - …deve fare un giro dall'altra parte dell'oceano per potere poi rientrare in una filiale". Ma la banca fu avvisata per tempo dalle forze dell'ordine, permettendo così di prendere le giuste contromisure.

RICICLAGGIO - Nel proseguo delle indagini è emerso il ruolo dell'imprenditore Giovanni Perrone, originario di Castelvetrano e già in passato indagato per associazione mafiosa, che aveva una grossa quantità di valuta estera riposta in un istituto di credito svizzero. Il trapanese, grazie all'aiuto fornito dall'avvocato Antonio Atria, di Lorenzo Romano e del perito assicurativo Dario Dumas, avrebbe cercato di immettere sul mercato valuta estera ormai fuori corso (circa 1 milione e mezzo di marchi) e certificati di deposito in dollari americani (per l'ammontare di circa 8 milioni) attraverso la vendita ad un prezzo inferiore rispetto al valore di cambio, grazie all'intervento dei mediatori finanziari Eros Sivieri, Germano Zanrosso e Nicola Stagi. Le indagini sono arrivati sino a San Marino, Montecatini Terme e Bologna, permettendo di recuperare alcune foto utilizzate per testimoniare l'effettiva disponibilità di quei contanti. A conferma delle circostanze un'intercettazione in cui Romano da indicazioni a Perrone sul come scattare le foto: "…puoi prendere il Corriere della Sera, un giornale di oggi …. l'importante è che tu metti nome e cognome a stampatello, poi metti una bella firma sopra e qualche mazzetta che si vede sia la data che le mazzette sopra".

SOCIETA' FANTOCCIO IN FUMO - L'organizzazione stava tentando un'altra truffa con la realizzazione di polizze fideiussorie reso possibile solo grazie alla sottrazione, in una filiale Mps del capoluogo, di documentazione e modulistica utile per realizzare l'obiettivo. Determinati i ruoli di impiegati bancari, liberi professionisti e finanzieri, ciascuno con un compito ben preciso. E qui torna in gioco Spataro, che avrebbe fornito le carte necessarie per le fideiussioni per creare false garanzie avvalendosi di una delle società del corleonese Eustachio Fontana. Lui avrebbe effettuato un grosso ordinativo di merce da rivendere prontamente senza pagare il fornitore. E per farlo era sufficiente, subito dopo, dichiarare fallita la società debitrice. Fontana, intercettato in una telefonata, avrebbe spiegato l'abile meccanismo lamentando inoltre la mancanza di spirito di iniziativa da parte del gruppo: "Ho per le mani (…) che mi lavorano a regime (…) 12 società ma ho 22 società messe in lista che…ormai…diciamo che è una catena di montaggio perché io ogni anno ne programmo due o tre che si inceneriscono (falliscono, ndr)…ormai le ho messe tutte a pieno regime, diciamo… perché la cosa anomala di queste società è che io non spunto da nessuna parte".

LE MANI SULLE PENSIONI - L'ultima delle truffe commesse riguarda fittizie cessioni del quinto dello stipendio ed indebite riscossioni di indennità di occupazione ai danni dell'Inps. Il meccanismo era semplice. Si individuavano soggetti disoccupati da almeno due anni che, dopo essere stati assunti da una delle aziende di Fontana, facevano richiesta di prestito personale a società finanziarie, la cui cifra sarebbe stata restituita tramite le trattenute in busta paga. Ogni "giochetto" del genere permetteva di intascare 11 mila euro, divisi tra sodalizio e lavoratori. Il lavoratore successivamente veniva licenziato, intascandone altri 9 mila quale indennizzo di disoccupazione, e la società datrice di lavoro dichiarata fallita. Con la chiusura delle indagini è stato possibile ricostruire inoltre la rapina miliardaria risalente al 1995 fatta in una filiale della Mps messinese dove fu coinvolto lo stesso Spataro, all'epoca dipendente di quell'agenzia. In quell'occasione fu indagato ma la sua posizione processuale fu presto archiviata.

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