La trattativa tra Stato e mafia, indagato Marcello Dell’Utri

Condannato a 7 anni per concorso in associazione mafiosa, il senatore Pdl sarebbe accusato in questa indagine di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario. Il legale: "Accuse infondate"

Marcello Dell'Utri

Si va componendo piano piano, come un intricato puzzle, l'indagine sulla trattativa tra Stato e mafia aperta dalla Procura. L'ultimo ipotetico tassello aggiunto porta il nome di Marcello Dell'Utri, ex manager di Publitalia tra i fondatori di Forza Italia: sarebbe indagato di attentato a Corpo politico, amministrativo o giudiziario, reato previsto dall'articolo 338 del codice penale. Un crimine contestato anche al generale Mario Mori e al suo braccio destro al Ros Giuseppe De Donno, anche loro finiti nella difficile inchiesta dei pm che stanno cercando di ricostruire gli anni in cui parte delle istituzioni sarebbero scese a patti con i boss.

Il coinvolgimento nell'inchiesta di Dell'Utri, già condannato a 7 anni in appello per concorso in associazione mafiosa, dimostra che per la Procura la trattativa sarebbe andata ben oltre il 1992, l'anno delle stragi in cui vennero uccisi i giudici Falcone e Borsellino. L'ennesimo capitolo della storia dei patti suggellati tra mafia e politica sarebbe stato scritto dopo gli echi delle bombe scoppiate a Roma, Firenze e Milano - seguite dalla revoca di 41 bis per centinaia di capimafia - quando un siciliano, Marcello Dell'Utri, si sarebbe offerto come garante politico degli interessi di Cosa nostra. Dall'altra parte del tavolo ancora il boss Bernardo Provenzano che, in nome dell'accordo stretto, avrebbe assicurato il sostegno elettorale dei boss al partito dell'ex premier Silvio Berlusconi.

"Accuse assolutamente infondate e apodittiche", commenta l'avvocato Giuseppe Di Peri, legale del parlamentare. L'ombra della trattativa tra lo Stato e la mafia, cominciata dopo la morte del giudice Giovanni Falcone tra i carabinieri di Mori, forti di una solida garanzia politica, e l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, longa manus prima di Totò Riina, poi di Bernardo Provenzano, sarebbe proseguita, dunque, nel tempo con protagonisti diversi. Lo Stato avrebbe ceduto sul carcere duro, la mafia dopo il "colpo" delle stragi nel Continente, avrebbe deposto le armi. Il figlio di Ciancimino, Massimo, testimone dalle alterne vicende giudiziarie attualmente ai domiciliari per calunnia, fa per primo ai pm il nome di Dell'Utri nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa e racconta nel processo al generale Mori, imputato di favoreggiamento mafioso, di avere saputo dal padre di stretti rapporti tra il senatore azzurro e Provenzano.

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Don Vito avrebbe riferito al figlio che sarebbe stato proprio Dell'Utri, con l'avallo del boss di Corleone, a sostituirlo nella conduzione della trattativa. Ultimo, in ordine di tempo, a parlare del politico è il pentito Stefano Lo Verso che di Provenzano avrebbe raccolto sfoghi e confidenze. "Dell'Utri si mise in contatto con i miei uomini - avrebbe rivelato il capomafia al suo 'picciotto' - e sostituì di fatto l'onorevole Lima nei rapporti con la mafia. Per questo nel 1994, a seguito degli accordi che abbiamo raggiunto, ho fatto votare Forza Italia". Ma perché il patto desse i suoi frutti e fosse rispettato era necessario che entrambi gli interlocutori, quelli politici e quelli mafiosi, restassero saldi ai loro posti e che il capomafia ricercato rimanesse libero (Fonte: Ansa)
 

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