Il depistaggio dopo via d'Amelio: "Scarantino a Pianosa non denunciò maltrattamenti"

L'ispettore di polizia Giampiero Guttadauro, che faceva parte del gruppo investigativo "Falcone e Borsellino", è stato sentito al processo sul presunto depistaggio dopo la strage: "Parlava di donne e sigarette, non mi ha parlato di nessun tipo di attività di reato commesso"

Via D'Amelio dopo la strage - foto Ansa

Vincenzo Scarantino, nel periodo in cui era detenuto nel carcere di massima sicurezza di Pianosa "non si è mai lamentato di maltrattamenti in carcere". Lo ha sostenuto l'ispettore di polizia Giampiero Guttadauro, che faceva parte del gruppo investigativo "Falcone e Borsellino", nel corso della sua deposizione al processo sul presunto depistaggio sulla strage di via D'Amelio. Alla sbarra ci sono tre poliziotti: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata in concorso.

Guttadauro, che oggi presta servizio alla Squadra mobile di Trapani, rispondendo ai pm Stefano Luciani e Gabriele Paci, ha ricordato il periodo in cui era stato inviato dall'allora dirigente della Squadra mobile Arnaldo La Barbera a seguire Scarantino, dal 4 al 15 luglio 1994, quando l'ex pentito aveva iniziato a collaborare con la giustizia.

Lo stesso Scarantino aveva raccontato in aula di "maltrattamenti e torture" subiti a Pianosa fino a quando a iniziato a collaborare con la giustizia. Oggi Guttadauro ha raccontato di essere stato mandato a Pianosa "per fare presenza". "La mattina arrivavo verso le 10.30-11, entravo in carcere, ci mettevano in una stanzetta, e il collega davanti alla porta della Polizia penitenziaria - ha detto- Stavo tre al massimo quattro ore. Io dovevo andare là per vedere come trattavano Scarantino, se lo trattavano male. Non avevo altri ordini". Alla domanda del procuratore aggiunto Gabriele Paci "se c'erano disposizioni scritte" ha risposto che "non c'erano. Me le dava Arnaldo La Barbera. Poi Scarantino tornava nella cella e se aveva bisogno di qualcosa, ad esempio, di avere un panino, chiamava me. Capisco che questo servizio poteva essere fatto dalla Polizia penitenziaria, ma se un procuratore come Tinebra diceva a la Barbera di mandare personale a Pianosa a fare questo servizio di sicurezza in un carcere di massima sicurezza... In quelle tre o quattro ore, c'era un atrio, c'era stanzetta". Alla domanda se Scarantino parlava di stragi, Guttadauro ha detto: "No. Non ne parlava, parlava di donne e sigarette, non mi ha parlato di nessun tipo di attività di reato commesso", ha ribadito : "Non c'era motivo di fare relazioni. Non dovevamo verbalizzare niente, diceva La Barbera, io gli chiedevo se dovevo relazione e lui disse di no, solo a fare presenza".

Guttadauro ha anche partcipato anche ai primi sopralluoghi fatti a Palermo dall'ex collaboratore Scarantino. Due in particolare li ha definiti "delle passeggiate notturne per la città", per localizzare l'officina dove sarebbe stata nascosta la Fiat 126 trasformata poi in autobomba. "Passeggiate - ha detto in aula Guttadauro - perché Scarantino non individuò l'autofficina di Orofino", che secondo le indagini degli investigatori del pool Falcone Borsellino venne utilizzata dai killer di Paolo Borsellino per imbottire di tritolo la 126 usata per la strage.

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