Droga e spaccaossa: 5 fermati su 9 avevano il reddito cittadinanza, uno anche la villa di lusso

E' uno dei dettagli emersi dall'inchiesta condotta dalla polizia. Sgominato un gruppo che si dedicava a spaccio e truffe assicurative. La Squadra Mobile: "Per la prima volta la mafia si interessa al ricco business delle frodi"

La piscina della villa sequestrata a Nicolò Giustiniani

Cinque dei nove fermati percepivano il reddito di cittadinanza e uno di questi aveva pure una villa di lusso con tanto di piscina a Ficarazzi. Insieme però, nel loro tempo libero, si sarebbero dedicati allo spaccio di cocaina e crack e alle truffe con spaccaossa e finti incidenti. “E’ il primo caso - spiega il dirigente della Squadra Mobile Gianfranco Minissale - in cui la mafia si interessa delle frodi alle compagnie assicurative. Abbiamo scoperto un giro d'affari da diverse centinaia di migliaia di euro”. Questo è uno dei retroscena emersi dall’indagine della polizia che stanotte ha portato al fermo di 9 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, autoriciclaggio, danneggiamento fraudolento di beni assicurati e altro ancora.

A guidare l’organizzazione criminale, secondo la ricostruzione di investigatori e inquirenti, c’erano Michele Marino (51 anni) e suo fratello Stefano (47), gli unici due ai quali la Procura ha contestato l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Il più piccolo dei due era uno dei cinque beneficiari del sussidio statale: prendeva 500 euro al mese. Come emerso da alcune intercettazioni ne prendeva quasi il doppio (922 per l’esattezza) Nicolò Giustiniani, considerato uomo di fiducia dei Marino. Se da un lato lui si lamentava per l’esiguità dell’importo, dall’altro la moglie considerava quella cifra più di quanto ci si potesse aspettare per ovvie ragioni: “Soldi in banca, eeee …. macchina intestata, motore intestato tre e cinquanta…”. Proprio per questo la polizia ha proceduto con il sequestro della villa che aveva una piscina di 6 metri per 10 circondata da una decina statue in marmo alcune delle quali raffiguranti dei leoni. I casi dei cinque beneficiari sono stati segnalati all'Inps per ulteriori accertamenti.

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Le indagini della Squadra Mobile sono il seguito di una prima tranche dell’inchiesta che ha permesso di sgominare un’organizzazione criminale specializzata in frodi assicurative da realizzare grazie alla mutilazioni di arti di vittime compiacenti. Nella migliore delle ipotesi le vittime riuscivano a guadagnare poche centinaia di euro a fronte di gambe e braccia fatturate. Nella peggiore, come accaduto una sera a Brancacio, qualcuno poteva pagare la vita. Come un 22enne tunisino è stato trovato morto sull’asfalto, con ogni probabilità “scaricato” da chi stava gestendo l’operazione. Il grosso dei ricavi andava invece nelle tasche di chi muoveva le fila, anticipando soldi per l’apertura delle pratiche e incassando anche decine di migliaia di euro al momento della liquidazione.

Le intercettazioni: "Poco bicarbonato" | VIDEO

Non solo quindi droga, rapine e contrabbando. Cosa nostra aveva messo gli occhi su altri business considerati meno rischiosi ma altrettanto fruttuosi. Da qui il coinvolgimento dei fratelli Marino che avevano rapporti, ricostruiscono gli investigatori, con le famiglie mafiose di corso dei Mille, Roccella e Brancaccio. A loro due si sarebbero rivolti i criminali prima di sconfinare nelle "loro" zone per mettere a segno un colpo. In un’intercettazione si sentono i fratelli Marino mentre commentano una richiesta arrivata da un gruppo di rapinatore e relativa a un carico di “bionde” diretto a una rivendita da trecento mila euro.

“Devono fare un lavoro bello di sigarette… trecentomila euro… l’unico problema che si ferma là dentro da lui, nel parcheggio”, diceva Stefano Marino. “Quando se ne va”, rispondeva il fratello riferendosi al punto preciso in cui sarebbero potuto entrare in azione. “Sì, ma loro ci vanno a viso coperto! Quello dice: ‘Lo possiamo fare?’. Si ci deve fare sapere a Piero?”, chiedeva ancora Stefano ponendosi scrupoli sull’opportunità di avvisare preventivamente il destinatario legittimo del carico di sigarette. “Certo che glielo devi dire… per una forma di rispetto”, concludeva Michele.

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I due fratelli, si legge nell’ordinanza di fermo, avevano inoltre accesso alla “cassa” dell'organizzazione utilizzata anche per il sostentamento delle famiglie dei detenuti. “Un elemento caratterizzante dell’associazione mafiosa - scrive l'autorità giudiziaria - nonché preciso dovere per gli uomini d’onore in stato di libertà. E’ altrettanto noto come questo delicato compito sia demandato di norma ai più alti livelli organizzativi”. E sempre loro due avrebbero gestito le piazze di spaccio affidandole ai loro uomini di fiducia: lo Sperone a Giustianiani, via Luigi Generale Bertett (Bandita) ad Antonino Chiappara. Agli altri, ai quali vengono contestati reati aggravati dal metodo mafioso (ma non l’associazione), spettavano altri compiti come il reperimento di cocaina e crack tramite altri esterni e il controllo dei pusher su strada.

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