Il depistaggio dopo via D'Amelio, parla la moglie di Scarantino: "Fu costretto a mentire"

La donna è stata sentita nel corso del processo contro tre funzionari di polizia, accusati di avere deviato le indagini anche creando a tavolino falsi pentiti. Dito puntato contro l'ex capo della Mobile Arnaldo La Barbera. La rivelazione: "Mio marito aveva i numeri di telefono dei pm"

Via D'Amelio dopo la strage

"Ho trovato a casa dei foglietti del mio ex marito con i numeri dei cellulari e dell'ufficio dei pm, all'epoca in servizio a Caltanissetta, Nino Di Matteo, Anna Palma, Carmelo Petralia e Gianni Tinebra. A volte si chiudeva in stanza per parlare con loro al telefono". Lo ha rivelato - come si legge sul sito dell'Ansa - la moglie del falso pentito Vincenzo Scarantino, Rosalia Basile, deponendo al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio costata la vita al giudice Borsellino e agli agenti di scorta. Imputati di calunnia aggravata i tre funzionari di polizia che avrebbero creato a tavolino falsi pentiti, proprio come Scarantino, costretti a raccontare una verità di comodo sull'attentato.

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La teste ha consegnato i biglietti e ha raccontato che Scarantino sarebbe stato costretto a imparare a memoria un "copione" con le accuse da raccontare. A istruirlo sarebbe stato il pool investigativo che indagava sulle stragi guidato dall'ex capo della Mobile Arnaldo La Barbera, nel frattempo morto. "Dopo la detenzione a Pianosa - ha raccontato la donna - improvvisamente ammise il furto della 126 usata come autobomba per la strage. Mi disse 'devo farlo anche se sono innocente altrimenti mi ammazzano'".

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