Il depistaggio dopo via D'Amelio: "Scarantino era insofferente alla vigilanza"

I giudici di Caltanissetta hanno sentito gli agenti di polizia incaricati della gestione del falso pentito, quanto era in una località protetta. Viene descritto come "geloso della moglie" e poco incline al rispetto delle regole imposte

Vincenzo Scarantino venne trattato come un "normale collaboratore di giustizia". E' quanto hanno ribadito gli agenti di polizia Maurizio Toso, Carmelo Garofalo, Giulio Cardona e Giuseppe De Stefano, ascoltati questa mattina dal tribunale di Caltanissetta nell'udienza del processo per il depistaggio sulle indagini successive alla strage di via D'Amelio del 1992 in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Imputati sono i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

Nel corso delle deposizioni, i poliziotti hanno parlato della gestione del falso pentito nel periodo in cui si trovava in una località protetta, a San Bartolomeo a Mare, in provincia di Imperia. I giudici hanno ascoltato anche Francesca Peppicelli, ex vicedirigente della Squadra mobile di Imperia che trovò l'alloggio del pentito, e il superiore Salvatore Coltraro.

"Il collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino mal tollerava la vigilanza della polizia, perché era geloso della moglie. Sentiva la vigilanza opprimente. Era insofferente", ha raccontato Francesca Peppicelli.

Ricostruito anche un litigio tra il collaboratore e Bo che sarebbe avvenuto il 27 luglio 1995. "Vincenzo Scarantino - ha detto Coltraro - si lanciò contro il poliziotto Mario Bo che ha cercato di divincolarsi e ha ordinato agli altri due poliziotti presenti di mettergli le manette. A quel punto gli ha dato uno schiaffo". Scarantino si sarebbe infuriato per avere trovato la moglie che parlava con Mario Bo, che all'epoca faceva parte del gruppo investigativo "Falcone e Borsellino" diretto da Arnaldo La Barbera. "Scarantino era molto geloso", ha aggiunto Coltraro.

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