Rizzotto, sindacalista che sfidò Liggio Il suo omicidio rimasto senza colpevoli

Aveva organizzato i contadini e i braccianti ed era diventato segretario della Camera del lavoro. La lotta alla mafia lo portò alla morte. Indagò anche Dalla Chiesa. Al processo il boss e altri due imputati furono assolti

L'uccisione di Placido Rizzotto, di cui sono stati riconosciuti i resti 64 anni dopo la morte, maturò in un contesto storico e politico segnato dalle lotte contadine contro il feudo e dalla violenta reazione del blocco agrario e mafioso. Nell'immediato dopoguerra, quando veniva reclamata la riforma agraria giunta solo nel 1950 con i decreti Gullo, furono uccisi in Sicilia numerosi capilega e sindacalisti. Anche Rizzotto, socialista, era un sindacalista: tornato dalla guerra partigiana nella Carnia, aveva organizzato i contadini e i braccianti ed era diventato segretario della Camera del lavoro. Aveva promosso anche la cooperativa agricola "Bernardino Verro" per ottenere l'assegnazione delle terre incolte.

Entrò subito in contrasto con i gabelloti e con la cosca mafiosa guidata dal medico Michele Navarra, poi ucciso nel 1958 dagli uomini di Luciano Liggio. La sfida alla mafia lo condusse alla morte. Il 10 marzo 1948 venne sequestrato e poi ucciso sotto gli occhi di un pastorello di 12 anni, Giuseppe Letizia, che fece i nomi di Luciano Liggio e del suo amico Pasquale Criscione prima di essere ricoverato in ospedale in preda a un delirio febbrile. Questa, almeno, era la diagnosi dei medici. Subito dopo il ragazzo morì per una "tossicosi" provocata dai farmaci. E' rimasto il sospetto che fosse stato avvelenato nell'ospedale di cui era primario il dottor Navarra.

Le indagini sul sequestro del sindacalista subirono una svolta quando a Corleone arrivò il giovane tenente dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che nel 1949 arrestò Pasquale Criscione e Vincenzo Collura. Liggio rimase latitante. I due indiziati confessarono la partecipazione alla soppressione di Rizzotto e accusarono Liggio di esserne l'autore. Dissero che il sindacalista era stato torturato, ucciso, squartato e il suo corpo gettato in una foiba a Roccabusambra, a pochi chilometri da Corleone. In effetti in fondo alla scarpata furono recuperati i resti di almeno tre persone.

Da alcuni oggetti i familiari riconobbero quelli di Rizzotto. Ma la certezza che fossero proprio quelli del sindacalista della Cgil non c'é mai stata. I due arrestati intanto ritrattarono le confessioni e furono assolti con Liggio per insufficienze di prove: la sentenza fu confermata in appello e dalla Cassazione nel 1961. Dopo un lungo silenzio sulla fine di Placido Rizzotto c'é stato un interesse e una mobilitazione, alimentato dal film di Pasquale Scimeca, da una puntata di "Blu notte" e da uno sceneggiato televisivo. A Corleone è nata anche una cooperativa intestata a Rizzotto che ora gestisce terreni confiscati alla mafia. (Ansa)

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