Denuncia il pizzo al Borgo e finisce sul lastrico: "Ho chiuso il bar e affogo tra i debiti"

La storia di Daniele Ventura, che 5 anni fa è stato costretto ad abbassare le saracinesche del "New paradise" dopo aver fatto arrestare i suoi aguzzini: "La gente del quartiere mi ha emarginato e lo Stato mi ha abbandonato"

La piazza di Borgo Vecchio

Delle estorsioni subite, delle minacce ricevute per conto dei boss di Borgo Vecchio e del sogno di gestire il suo bar gli resteranno solo due cose: una cartella esattoriale da quasi 5 mila euro e il “totale senso di abbandono da parte delle istituzioni”. Sono passati ormai cinque anni da quando Daniele Ventura, 31 anni, è stato costretto ad abbassare per sempre le saracinesche del “New paradise” di via Principe di Scordia. Dopo aver denunciato i suoi aguzzini, poi arrestati con l’operazione “Hybris” nel 2011, il giovane esercente è stato lentamente messo ai margini dal quartiere. La gente del rione ha iniziato ad allontanarsi, preferendo non fare più colazione nel bar di qualcuno che si era messo contro la mafia e aveva dato il suo contributo contro la malavita organizzata. “Qualche cliente mi diceva che non veniva più perché aveva paura, qualche commerciante mi diceva: adesso per te è dura”, racconta.

Ventura, a distanza di anni, ricostruisce lucidamente i fatti. E lo fa con la voce spezzata e il mento che trema. Il suo incubo inizia quando due persone si presentano di mattina nel suo bar ed esordiscono: “Ma tu vai a casa delle persone senza chiedere il permesso prima? Non ci si comporta in questa maniera e se non abbiamo preso provvedimenti è solo per il fatto che abbiamo visto che sei un bravo ragazzo”. Un’introduzione per chiedere mille euro per la “messa a posto”, diventati poi 500 grazie alla mediazione di un suo familiare e riscossi in serata. L’episodio, alla luce degli arresti, restò isolato, ma a causa di quel “gesto infamante” qualcuno volle ricordargli di avere sbagliato facendogli trovare qualche giorno dopo i lucchetti del bar segati. Da quel momento in poi cambiò tutto: “Ero riuscito a conquistare la mia clientela, tra chi veniva a colazione e chi per un pranzo veloce. Avevamo cominciato a fare servizio di catering nelle scuole e mi sembrava che tutto procedesse per il meglio. Poi il tracollo”.

Riuscire a denunciare non è stata un’impresa facile e con il senno di poi probabilmente non lo rifarebbe. “Non mi pento di quello che ho fatto, ne ero convinto. Ma non so - ammette Ventura - se consiglierei mai a un altro imprenditore di fare lo stesso. Ora ho perso tutto, i soldi investiti e non vedo alcuno spiraglio per il mio futuro”. Per avviare l’attività il 31enne ha messo sul piatto tutti i suoi risparmi, richiedendo e ottenendo inoltre un finanziamento da Invitalia da poco più di 90 mila euro, in parte da restituire e in parte a fondo perduto. Nel 2013 il processo a carico, fra gli altri, di Nunzio La Torre si è concluso con una condanna di aumento pena a 2 anni e 8 mesi, stabilendo un risarcimento danni da 20 mila euro, una provvisionale da 750 euro. La pena è stata ridotta in appello, nel 2015, di 8 mesi, lasciando invariato il resto della sentenza che però non è ancora passata in giudicato.

Nel giugno 2013 gli avvocati di AddioPizzo Ugo Forello e Paolo Tripi hanno presentato la domanda per l’accesso al “Fondo di solidarietà per le vittime di richieste estorsive”. Un anno dopo la Consap ha deliberato, in due momenti diversi, l’elargizione di 32.954,09 euro in quanto vittima di estorsione e altri 26.789,84 perché oggetto di “attenzioni mafiose”. Soldi che “sarebbero dovuti servire - spiega l’avvocato Paola Tripi - per avviare nuovamente un’attività o per pagare i debiti”. Così ha presentato tutte le carte necessarie per provare l’effettivo reimpiego della somma, ma il comitato di solidarietà - dopo inviti e solleciti per integrare la documentazione - ha stabilito la revoca parziale della somma.

La Consap gli ha contestato gli importi utilizzati per estinguere i prestiti richiesti a nome della moglie: “A me, senza alcuna garanzia, non lo avrebbero mai concesso, mentre lei aveva una busta paga. Abbiamo dimostrato che quei soldi sono serviti per l’attività, ma nonostante ciò mi hanno chiesto indietro i soldi compensando con la somma non ancora erogata quelli che invece avevano già accreditato. Ed è per questa ragione che mi trovo fra le mani una cartella esattoriale da quasi 5 mila euro. Ecco come viene tutelato chi denuncia”. Ventura, secondo la Consap, avrebbe dimostrato di aver utilizzato correttamente solo 6 mila euro. Eppure i soldi “incassati” dalla moglie, come dimostrato da fatture e ricevute di bonifico (con causali inequivocabili), sono stati impiegati proprio per l’attività, per l’acquisto o l’affitto di attrezzature e tutto il resto.

L’esercente non ha ancora pagato e ammette di avere qualche difficoltà nel farlo, dovendo provvedere alla moglie e al figlio di pochi anni con dei lavoretti saltuari. “La Consap ha interpretato in maniera molto restrittiva la norma, ma non possiamo dire - conclude l’avvocato Tripi - che abbiano fatto qualcosa di sbagliato”. Dal fondo di solidarietà con sede a Roma replicano: “Quando ci viene presentata un’istanza - spiega l’avvocato Roberta Margiotta - compiliamo una scheda da sottoporre al comitato che, in questo caso, ha deciso successivamente per la revoca dei fondi come poi decretato dal commissario. C’era e c’è il tempo per opporsi e integrare la documentazione. Lo spirito che anima la Consap, non bisogna dimenticarlo, è basato sulla solidarietà”.

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(Nelle foto in basso l'auto del commerciante con la foto di Falcone e Borsellino e il bancone del bar)

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