Gettò neonata nel cassonetto, la Pilato assolta anche in appello

Riformata solo parzialmente la sentenza di primo grado per la donna che a novembre 2014 partorì nel bagno di casa e si sbarazzò della figlia. Il giudice ha stabilito per lei 3 anni di libertà vigilata: dovrà continuare a sottoporsi alle cure psichiatriche

Assolta anche in appello la donna che gettò in un cassonetto e uccise la figlia appena partorita. I giudici della corte d’Appello di Palermo, presieduta da Angelo Pellino, hanno confermato la sentenza di primo grado per Valentina Pilato assolvendola perché incapace di intendere di volere. L’unica novità introdotta nel verdetto riguarda l’applicazione della libertà vigilata per 3 anni, con obbligo seguire le cure psichiatriche cui si sottopone da tempo.

La Procura generale aveva chiesto 21 anni per la donna, responsabile della morte della neonata per quel parto avvenuto a novembre 2014 all'oscuro della sua famiglia. Per quasi nove mesi sarebbe riuscita a nascondere quella gravidanza. Anche nel periodo trascorso a Gemona del Friuli, dove si era trasferita insieme ai figli per seguire il marito in servizio per l'esercito italiano.

Ad avere un ruolo fondamentale nel processo le perizie sulle condizioni psichiatriche di Valentina Pilato, che partorì all’alba di quella mattina nel bagno di casa. Poi avrebbe chiuso la piccola in un borsone insieme a un tappeto buttando tutto in cassonetto in via Ferdinando Di Giorgi, davanti a un supermercato in zona Uditore. A trovarla quando ormai era troppo tardi un clochard.

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I consulenti tecnici sono stati riascoltati e alla fine ha retto la linea della difesa, rappresentata dagli avvocati Enrico Tignini e Dario Falzone, secondo cui la donna - come scritto dai periti - si sarebbe liberata del feto come si fa di un "oggetto pericoloso che la mente della madre si rifiuta di considerare un figlio". A rappresentare l’accusa c’era il sostituto procuratore generale Emanuele Ravaglioli.

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