Morta dopo aborto per un’embolia polmonare, condannati due medici del Cervello

Così ha deciso il giudice per due cardiologi ritenuti responsabili della morte della 32enne Maria Grazia Li Vigni, risalente al 2012. Il Ctu: "Sorprendente che nessuno abbia preso in considerazione l'ipotesi di fatti trombo-embolici". Assolto un cardiologo

L'ospedale Cervello

Morta per un’embolia polmonare a poche settimane da un aborto terapeutico, condannati due medici del Cervello. Così ha deciso il giudice Claudia Rosini della quinta sezione penale del tribunale di Palermo per gli pneumologi Salvatore Battaglia (1 anno, pena sospesa) e Giuseppe Peralta (1 anno e 6 mesi, pena sospesa), ritenuti responsabili del decesso della 32enne Maria Grazia Li Vigni. Assolto il cardiologo Francesco Bondì perché il fatto non sussiste.

Ospedale condannato al risarcimento

La tragedia risale al 6 gennaio 2012. Il 13 dicembre dell'anno precedente la donna, che ha abortito alla trentatreesima settimana, la giovane casalinga si è presentata al pronto soccorso accusando un dolore all’emitorace sinistro. Poi di nuovo, per la stessa ragione, i successivi 17 e il 26 dicembre. Al termine di ecografie, radiografie, tac, una consulenza cardiologica e due pneumologiche, Li Vigni fu rimandata a casa con una diagnosi per “addensamento polmonare sinistro”. Dieci giorni dopo il decesso nella sua abitazione. Poi l'autopsia, interrotta e ripresa in un secondo momento per permettere agli indagati di nominare un consulente di parte.

Rispetto all’ultimo accesso al pronto soccorso, il 26 dicembre 2011, il consulente tecnico d’ufficio incaricato dal giudice ha sostenuto che vi fossero "elementi abbastanza significativi che avrebbero dovuto indirizzare quantomeno verso approfondimenti su una possibile tromboembolia polmonare, quali in particolare l’interessamento pleurico e il netto rialzo di D-dimero, che venne interpretato dal cardiologo esclusivamente come un dato legato alla recente gravidanza. Risulta sorprendente che nessuno dei diversi sanitari che ha visitato la signora - si legge nella relazione del Ctu - abbia preso in considerazione l’ipotesi di fatti trombo-embolici che, considerata la storia clinica della paziente, reduce da recente parto cesareo per estrazione di feto morto, era assolutamente plausibile".

Morta dopo l'aborto, indagati in sette

Per leggere le motivazioni della sentenza, però, bisognerà ancora attendere novanta giorni al massimo. A chiedere giustizia il marito Francesco Caponetto e il padre della donna Domenico Li Vigni, assistiti dall’avvocato Giulio Drago. Lo scorso 12 luglio il giudice della terza sezione civile ha condannato l’ospedale a risarcire complessivamente 850 mila euro alla figlia di Maria Grazia Li Vigni, al marito e al padre della donna. In questa sede il giudice - come si legge nel dispositivo - ha condannato gli imputati a risarcire 15 mila euro alla sorella della donna, che si era costituita parte civile, e al pagamento delle spese processuali.

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