Miccoli: "La mafia mi fa schifo, il fango sono i boss"

In un'intervista rilasciata al settimanale Sportweek l'ex capitano rosanero torna sulla frase che ha fatto indignare una città: "S'è trattato di un'intercettazione ambientale. Non avevo bevuto. Ma il clima era quello lì, da serata. Quello che ho detto rimane gravissimo, e mi scuserò all'infinito"

“La mafia mi fa schifo, fango sono i boss, sempre che la parola fango sia sufficiente". Attraverso un’intervista concessa al settimanale della Gazzetta dello Sport "Sportweek", Fabrizio Miccoli torna a parlare della vicenda, quella maledetta e inaccettabile frase, che ha definitivamente rovinato il suo rapporto con Palermo e con i palermitani. E lo fa chiedendo ancorauna volta scusa a tutti. L'ex capitano rosanero racconta come sono andate le cose: "Era il 13 agosto 2011, uno dei pochi giorni liberi dopo un mese di ritiro in Austria. E' stata una cosa detta in macchina, dopo una nottata in un locale, alle cinque meno venti del mattino. Non ero al telefono. S'è trattato di un'intercettazione ambientale. Non avevo bevuto. Ma il clima era quello lì, insomma, da serata. Non spero niente. Quello che ho detto rimane gravissimo, e mi scuserò all'infinito, con la città e con la famiglia Falcone. E' per questo che durante la conferenza stampa in cui ho cercato di chiarire la situazione non ho fatto cenno a queste cose. Non voglio alibi. Se cercavo di compiacere qualcuno? Non so, non ricordo. Ma non credevo fosse una parola così pesante. Al campo la usavamo tutti, per prendere in giro i compagni, il magazziniere, i preparatori. Fango di qui, fango di là. E' una cosa che ho detto così, stupidamente, senza pensare. Chiedo scusa a tutti”. Andare dai giudici? "Avrei dovuto farlo prima. Ora mi sento nudo. Ma libero”, aggiunge.

Poi Miccoli parla della sua vita in città, dei suoi rapporti con Palermo: "Ho trascurato la famiglia per donarmi a Palermo. Abbiamo litigato molte volte su queste cose. Flaviana me lo diceva sempre: sei un coglione. Adesso posso dire che aveva ragione. Perché andavo ovunque, arrivavano gli inviti e non rifiutavo mai. Mi sentivo uno importante. La figura più importante per lo sport in città”. E aggiunge: “Sapevano tutti dove abitavo. Tanto che tre anni fa ho dovuto cambiar casa per via di una rapina, mentre giocavo a Udine. M'hanno svaligiato l'appartamento con dentro tutti quanti: bambini, moglie, suoceri. Un trauma, anche se di queste cose adesso non parla più nessuno. Mi suonavano di sera e portavano bollette, mi chiedevano vestiti. Tutti i mesi raccoglievo le cose regalatemi dalla Nike per darle a chi aveva bisogno. Facevo collette tra i compagni. Spendevo 30 mila euro l'anno per acquistare magliette del Palermo da dare in giro. Per non parlare dei soldi a un'associazione di Partinico, giocattoli all'ospedale Santa Cristina, contributi a cinque case famiglia. Davvero, non finiamo più. E' per questo che mi chiedo: un errore può davvero cancellare tutto quanto?".

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