Stato-mafia, il giorno di Napolitano: le domande "scomode" dei pm di Palermo

Il presidente della Repubblica ha testimoniato al Quirinale davanti alla Corte d'assise per il processo sulla presunta trattativa Stato-mafia: i giudici hanno chiesto conto sia della lettera del consigliere D'Ambrosio che dell'allarme attentati del '93

Giorgio Napolitano @Tm news-infophoto

Il Quirinale è diventato oggi, per qualche ora, un'aula di tribunale. Dopo tensioni e polemiche infinite, per la prima volta un presidente della Repubblica ha aperto le porte del Colle alla magistratura. L'inedita occasione è arrivata alla fine di un lungo percorso in cui, nell'ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, la Procura di Palermo ha ritenuto indispensabile ascoltare personalmente la testimonianza del capo dello Stato.

LE DOMANDE A NAPOLITANO - Sono state una ventina le domande che i pm di Palermo hanno fatto a Napolitano, in un'udienza a porte chiuse. Al centro delle domande degli inquirenti molti argomenti, dalla lettera di Loris D'Ambrosio all'allarme attentati del 1993. I magistrati della procura di Palermo, responsabili delle inchieste sulla presunta trattativa, hanno ipotizzato che fra il 1992 e il 1994 lo Stato italiano abbia cercato di raggiungere un patto con Cosa nostra negli anni terribili delle stragi, allo scopo di porre fine a una lunga serie di omicidi in cambio di un ammorbidimento del regime di carcere duro per i detenuti mafiosi.

"HA RISPOSTO A TUTTE LE DOMANDE" - La testimonianza di Napolitano è durata circa tre ore. "Il presidente della Repubblica, che aveva dato la sua disponibilità a testimoniare, ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa", fa sapere una nota del Quirinale. "La Presidenza della Repubblica auspica che la Cancelleria della Corte assicuri al più presto la trascrizione della registrazione per l’acquisizione agli atti del processo, affinché sia possibile dare tempestivamente notizia agli organi di informazione e all’opinione pubblica delle domande rivolte al teste e delle risposte rese dal capo dello Stato con la massima trasparenza e serenità", si legge ancora nel comunicato del Colle.

IL PROCESSO SULLA TRATTATIVA - Gli imputati nel processo sono dieci: Massimo Ciancimino, Totò Riina, Antonino Cinà, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, gli ex ufficiali del Ros dei carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, l’ex senatore Marcello Dell’Utri e l’ex ministro dell'Interno Nicola Mancino. L’ex ministro per il Mezzogiorno Calogero Mannino ha scelto il rito abbreviato, mentre la posizione del boss Bernardo Provenzano, considerato incapace di intendere e di volere, è stata stralciata. A novembre 2011, apparentemente preoccupato di finire inquisito nell’inchiesta, Nicola Mancino contattò ripetutamente per telefono Loris D’Ambrosio, consulente giuridico del Quirinale, deceduto a luglio 2012. Quei colloqui sono stati intercettati dalla Direzione investigativa antimafia nel corso delle indagini preliminari, così come sono state registrate anche quattro telefonate in cui Mancino contattava direttamente il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Queste ultime bobine sono state però distrutte dal gip Riccardo Ricciardi, dopo una pronuncia in tal senso della Corte costituzionale, chiamata a dirimere il conflitto tra poteri dello Stato sollevato dal Quirinale.

LA LETTERA A NAPOLITANO E "GLI INDICIBILI ACCORDI" - Ma non finisce qui. Il consigliere Loris D'Ambosio, prima di morire, scrisse una lettera a Napolitano in cui esprimeva "vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi". Sui contenuti di tale lettera e su questo passaggio in particolare il capo dello Stato è destinato a essere ascoltato come testimone. Ma i pubblici ministeri e il difensore di Totò Riina potranno fargli domande anche sulla stagione del 1993-1994, quando ricopriva il ruolo di presidente della Camera. In quel periodo Napolitano sarebbe stato al centro di un progetto di attentato secondo un'informativa dei servizi segreti militari, acquisita al processo insieme a un rapporto dei servizi segreti civili del 20 luglio 1993, in cui per la prima volta veniva messa nero su bianco l'intenzione di Cosa nostra di "ricavare nuove forme di trattativa con lo Stato dal terrore degli attentati".

Più di un anno fa Giorgio Napolitano, chiamato in causa, scrisse al presidente della Corte d'Assise di Palermo che sarebbe stato "ben lieto di dare, ove ne fosse in grado, un utile contributo all'accertamento della verità processuale", ma evidenziando "i limiti delle sue reali conoscenze" della vicenda. "Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo - scriveva il capo dello Stato lo scorso 31 ottobre alla Corte d'Assise di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Montalto - come sarei ben lieto di poter fare se davvero ne avessi da riferire e tenderei a fare anche indipendentemente dalle riserve espresse dai miei predecessori Cossiga e Scalfaro, sulla costituzionalità della norma di cui all'articolo 205 del codice di procedura penale". La lettera però aveva sollevato critiche da parte di chi ci leggeva un tentativo di evitare l'audizione, alle quale il Colle aveva cercato di mettere fine assicurando che la missiva "non preannuncia alcuna determinazione del Presidente a questo riguardo. Neanche quella di 'non andare a Palermo'". A settembre quindi la Corte d'Assise di Palermo, nuovamente sollecitata dai pm a riguardo, ha deciso di procedere all'audizione del presidente della Repubblica, ritenendo "l'audizione né superflua né irrilevante". Notizia alla quale Napolitano ha reagito assicurando di non avere "alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza - secondo modalità da definire - sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso".

STAMPA NON AMMESSA - Quanto alla pubblicità della testimonianza da parte del Quirinale non è stata ammessa alcuna forma di partecipazione della stampa che pure la magistratura aveva autorizzato, ci sarà la "registrazione ordinaria", quindi nessun video, che verrà trascritta a cura della magistratura palermitana e poi allegata agli atti del processo, non prima di qualche giorno realisticamente. A quel punto saranno le parti a poterne fare richiesta e da loro potrebbe eventualmente essere diffusa, seppure ufficiosamente, come spesso accade. (Fonte: Today.it)

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