Strage di Capaci, testimone rivela: “La Quarto Savona 15 era integra dopo l’esplosione”

Il fotografo Antonio Vassallo abita a due passi dal luogo dell’attentato. Si catapultò tra le macerie pochi minuti dopo le fatidiche 17,58, fotografando forse qualcosa che non avrebbe dovuto. E' convinto che sulla Croma blindata che precedeva l’auto di Falcone non tutto sia stato detto

I resti della Quarto Savona 15 esposti nella caserma "Lungaro"

E' ancora forte l’odore di sangue e gomma bruciata di quel 23 maggio 1992. La morte di Totò Riina ha evocato i fantasmi della strage di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta. Ricordi, testimonianze, confessioni di chi quel giorno era presente sul posto, pochi attimi dopo che mille chili di tritolo disintegrarono un pezzo di autostrada.

Il fotografo Antonio Vassallo abita ancora a due passi dal luogo dell’esplosione. Si catapultò tra le macerie pochi minuti dopo le fatidiche 17,58, fotografando – forse – qualcosa che non avrebbe dovuto. Ha raccontato più volte la storia del rullino che gli fu sottratto da quelli che si presentarono come due poliziotti in borghese, negativi spariti nel nulla, nonostante i suoi tentativi di recuperarli. Ma quello di cui non si è mai parlato, è del ricordo nitido che Vassalo ha della Quarto Savona 15, la Croma blindata su cui viaggiavano gli agenti della scorta di Falcone, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, che morirono nell’esplosione.

Il giallo della Quarto Savona 15

Ciò che resta dell’auto, adesso, è custodito in una teca e, dopo aver fatto il giro d’Italia, è esposto nella caserma “Lungaro” di Palermo. Si tratta ormai solo di un cumulo di lamiere, ma, secondo quanto ricorda Vassallo, la Croma blindata, catapultata tra gli ulivi dopo la deflagrazione, sarebbe rimasta pressoché integra. “La macchina era finita dall’altra parte dell’autostrada – rivela il fotografo a PalermoToday – era capovolta, ma ricordo di averla vista integra, non sicuramente come viene presentata oggi”.

Vassallo, candidato al Consiglio comunale di Palermo alle scorse amministrative e attivista che ogni giorno accompagna studenti da tutta Italia sui luoghi della strage, sembra ricordare bene i dettagli di quel pomeriggio infernale ed è convinto che sulla Quarto Savona 15 non tutto sia stato detto. “Sappiamo che Falcone viaggiava sempre con la sua valigetta ventiquattrore, che conteneva due agende ed un’agendina elettronica - dice il fotografo - dunque il magistrato doveva averla con sé anche in quell'occasione. Di quella valigetta non se ne è saputo più nulla, come mai? E ancora, perché quell'auto prima era integra e adesso è ridotta un cumulo di lamiere?". 

antonio vassallo-3Una delle ipotesi che traspare dal racconto di Vassallo è che l'auto sia stata “accartocciata” in un secondo momento, dopo averla “ripulita” di ciò che, verosimilmente, non si sarebbe dovuto trovare. “Nulla esclude - ipotizza il fotografo - che qualcuno abbia volutamente fatto sparire la ventiquattrore di Falcone, un po’ come è successo con la famosa agenda rossa di Borsellino, in via D’Amelio. Sono convinto che quell’auto non fosse ridotta così come ce la mostrano adesso. Perché nessuno ha spiegato cosa sia successo a quell'auto?". Un particolare che salta fuori adesso perché - spiega il fotografo - è solo recentemente che i brandelli della Croma vengono mostrati in pubblico. 

Quei rullini spariti nel nulla

Al giallo della Quarto Savona 15, si somma, poi, quello del rullino sparito. Una storia già raccontata in passato da Vassallo, ma sulla quale non è ancora stata fatta chiarezza. Dopo essere arrivato sul luogo della strage, a pochi minuti dall’esplosione, Vassallo racconta di essere fuggito via perché un uomo, che poi scoprirà essere Angelo Corbo, agente della scorta che viaggiava nell’altra auto, gli si avventa contro con un mitra. In quegli attimi deliranti, Corbo avrebbe scambiato l’obiettivo al collo di Vassallo per un’arma. Tornato qualche minuto dopo, il fotografo si aggira tra le macerie scattando a raffica, quando due uomini che si sarebbero presentati come poliziotti in borghese, avrebbero preso in consegna il rullino.

antonio vassallo-2“Io ero in possesso di una regolare licenza rilasciata dalla questura – spiega Vassallo (nella foto a destra) –  stavo scattando fotografie, ma vengo fermato da questi due uomini. Mi sventolano un tesserino in faccia e, strattonandomi per un braccio, mi obbligano a consegnargli il rullino. Cosa che faccio nella speranza che, in qualche modo, le mie foto sarebbero servite alle indagini. Invece, passano i mesi e di queste foto non si sa più nulla. Quindi decido di andare da Ilda Boccassini, che indagava sulla strage alla procura di Caltanissetta, e lei cade dalle nuvole, dicendomi che quelle foto non erano mai arrivate. Guarda caso – racconta ancora il fotografo – il giorno dopo vengo convocato dal questore Arnaldo La Barbera che sostanzialmente si scusa, dicendomi che gli agenti avevano dimenticato di consegnare le foto e che sarebbero state inviate subito a Caltanissetta. Bene, quelle foto non sono state messe agli atti del processo, né tanto meno sono più saltate fuori”.

Il sospetto di Vassallo è che, senza volerlo, quel giorno abbia immortalato qualcosa che non avrebbe dovuto. Ipotesi questa che s’intreccia con i misteri ancora irrisolti di quel 23 maggio. Parallela al corso della giustizia, che ha inflitto dure condanne agli autori materiali della strage, corre – infatti – un’altra strada: quella delle presunte verità taciute, delle possibili complicità di apparati dello Stato e dell’ombra dei mandanti occulti. Segreti che, ancor più dopo la morte di Riina, sembrano perdersi tra le macerie di quel maledetto pomeriggio di maggio. 

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