Quando la mafia si fa il regalo di Natale, così bussa il pizzo: "Un pensiero per i carcerati"

Tutti nel mirino nel periodo più "caldo" dell'anno. L'estorsione alla pasticceria Cappello eseguita da "Farfallone": 2.500 euro. L'incubo di un imprenditore in zona Champagneria. La risposta di un boss: "Non ce la fai più? E che minchia vuoi... te ne vai da Palermo"

Arrivano, bussano, chiedono, comandano. Spuntano al bar, in palestra, nella casa da ristrutturare, anche in "macelleria". E alla fine l'imprenditore, il capocantiere, il carnezziere si piega e paga. Loro la chiamano la "raccolta di Natale". Perché l'esattore bussa puntuale, sempre pochi giorni prima del 25 dicembre. Così i mafiosi continuano a spremere Palermo fino all'ultima goccia. Racket sotto l'albero: è l'assalto del pizzo nei giorni che precedono le feste, la razzia più cinica dell'anno. Perché Cosa nostra non perdona. Nonostante gli arresti di massa tutti continuano a "mettersi a posto". A versare il pizzo. Sono tantissimi i taglieggiamenti emersi nel corso dell'ultima operazione dei carabinieri che ha decapitato la nuova Cupola. Un'inchiesta che ha portato a valanghe di arresti - 48 in tutto - e che ha documentato decine di estorsioni, tra tentate e consumate.

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Tutti nel mirino. Supermercati, tavole calde, tabaccai, imprese edili, boutique. Qualcuno denuncia, molti tacciono. Nel mirino anche nomi eccellenti. Come la pasticceria Cappello ad esempio. In un interrogatorio Sergio Macaluso, ex capo mandamento di Resuttana e oggi pentito, confessa: "Ricordo - si legge nell'ordinanza della recentissima operazione Cupola - che Paolo Calcagno (boss di Porta Nuova, ora in carcere, ndr) adoperava Gaspare Rizzuto detto “farfallone” per chiedere il pizzo alla pasticceria di Cappello di via Colonna Rotta (per circa 2.500 euro a Pasqua e a Natale). Quando chiedemmo la mediazione a Gaspare Rizzuto per far pagare il pizzo alla pasticceria Cappello nella zona di via Dante quest’ultimo temporeggiò al punto che noi decidemmo di intervenire mettendo l’attack alla saracinesca a titolo di intimidazione. Fino al mio arresto la vicenda non si era ancora risolta".  

Macaluso, ex boss arrestato nell'ambito dell'operazione Talea messa a segno nel dicembre 2017, confessa: "Parlando di Gaspare Rizzuto, il farfallone, sento dire che si occupava dell’estorsione lì a Cappello - si legge nell'ordinanza - perché gli va a dire a Paolo: “minchia, t’immagini, mi stava presentando il conto mi stava presentando delle cassate, ci dissi ma che sta facendo? M’ava a dare i piccioli m’ava a dare”. E ancora: "Questa estorsione dei Cappello era piuttosto grassa era, a quanto ho capito 2500 a Natale, 2500 a Pasqua, più 50, 60, 70 torte... dico ci andavano proprio come i porci, ci andavano. E gli dissi: “scusami, voi mangiate a sette bocche e qua ancora le 2 mila euro” perché gli avevamo detto di fare portare 2 mila euro, un regalo del pregresso che non c’era mai stato e poi mille euro a Natale e mille euro a Pasqua. Gli ho detto: è piccolina, non facciamo cose da fare rimanere la gente a bocca aperta”. “Va bene, va bene, va bene”. Dico sti soldi non arrivarono e io ho deciso di mandargli un segnale. Mi chiamò Paolo, dice: “potevi evitare”. “Paolo che cosa dovevo combinare?”.

Tutti i nomi degli arrestati

Tra gli episodi estorsivi ricostruiti dai carabinieri, quelli ai titolari di due negozi nel centro storico. Si tratta di due locali all'Olivella, in zona Champagneria. Come il pentito Salvatore Bonomolo, ex esattore del pizzo della famiglia di Porta Nuova, ha confermato ai pm: "Il mio referente era Gino Salerno, mi occupavo di riscuotere i soldi, dal 2004 al 2006 in quella zona. Avevo una lista, c'erano questi due bar. Uno di questi due è stato pure messo a posto da Francesco Arcuri, però lui stesso venne da me, questo Giacomino – Giacomo, il titolare – ed io gliela chiusi pure 1000 a Natale e 1000 a Pasqua. Quanto pagava? Mille euro a… prima pagava 500 euro al mese, i primi, mi pare, 5/6 mesi; poi mi disse se me la chiudeva a Pasqua ed a Natale e gliel’ho chiusa così, perché aveva dei problemi, doveva fare un magazzino accanto; e mi ricordo che gli avevo detto: “Il tempo che fai i lavori e poi ti rimetti di nuovo al mese”, capito?".

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Incalzato dalle forze dell'ordine il titolare nel 2016 ha ammesso di essere stato sottoposto per molti anni al pagamento del pizzo. "Quando questo soggetto si presentò, io intuì subito che si trattava di una richiesta estorsiva, quindi, al fine di non avere nessun tipo di problema, gli consegnavo dopo alcuni giorni la somma di mille euro. Nel periodo di Pasqua dell’anno successivo, lo stesso soggetto si presentava nuovamente presso il mio bar e mi chiedeva di elargire, sempre a favore delle famiglie dei detenuti, un’ulteriore somma di denaro. Io in quest’ultima occasione non aderivo alla richiesta. Nel successivo mese di ottobre/novembre, la stessa persone si è presentata nuovamente al bar dicendomi, a chiare lettere e con tono minaccioso, che avrei dovuto elargire abitualmente una somma di denaro pari a mille euro a favore dei carcerati, nei periodi di Natale e Pasqua. Da allora, ho versato puntualmente la somma di denaro".  

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Pizzo di Natale anche per il bar New Paradise di via Sampolo. Emerge da un'intercettazione catturata il 15 ottobre 2016. Nel corso di una conversazione tra Rubens D'Agostino - boss della famiglia Rocca Mezzo Monreale - e un altro uomo, il primo confidava al secondo "di essere a conoscenza che i proprietari del bar “New Paradise” erano costretti al pagamento del cosiddetto “pizzo” da parte dell’organizzazione criminale - si legge nell'ordinanza -. La sottoposizione alle richieste estorsive avveniva da molto tempo, sin da quando era ancora in vita “Ciro il napoletano” che, nonostante le difficoltà economiche, versava un’imprecisata somma di denaro mensile al sodalizio mafioso. D’Agostino aggiungeva che la vittima aveva manifestato all’esattore del sodalizio criminale dell’epoca le proprie difficoltà a fronteggiare tali richieste estorsive (“non ce la faccio più”), ricevendo una risposta molto risoluta: (“E che minchia vuoi ... te ne vai da Palermo”). D’Agostino precisava che, a differenza di quanto avveniva in passato, gli attuali titolari del bar “New Paradise” sono costretti a versare il pizzo nei periodi di Pasqua e Natale". 

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Nell'ordinanza si legge: "D’Agostino condivide la necessità di sottoporre ad estorsione i negozianti per fronteggiare le esigenze di Cosa Nostra, in primis quella di sostentare le famiglie dei carcerati, compito che si assume in prima persona, perfino pretendendo la consegna gratuita di dolciumi per i periodi festivi".  

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C'è poi la vicenda del costruttore Gaetano Alamia: "Nel corso della conversazione del 30 marzo 2018 Francesco Colletti - l'uomo che si è pentito negli scorsi giorni - e Filippo Cusimano fornivano ulteriori ragguagli sulle somme versate a titolo di sostentamento, precisandone in parte la provenienza: l’imprenditore Alamia, vittima di estorsione, aveva pagato 5.000 euro per le festività pasquali oltre ai 10.000 euro versati in prossimità del Natale".

Tra le vittime dell’estorsione, pure “Angeluzzu Barrale”, ovvero Angelo Barraco, titolare della società Stellar Games S.r.l., la cui attività prevalente risulta la gestione di apparecchi che consentono vincite in denaro a monete o gettoni, ovvero le cosiddette “slot machine”. Barrale era la persona che era stata autorizzata a collocare le apparecchiature elettroniche per il gioco in almeno un esercizio commerciale ricadente sotto la giurisdizione della famiglia mafiosa di Corso Calatafimi grazie all’intercessione dei sodali del mandamento mafioso di Porta Nuova. "A Natale mi ha fatto avere 1.500", commenta il capomafia Filippo Annatelli.  Durante un incontro tra i mafiosi coinvolti a cui partecipavano almeno oltre Annatelli anche Gregorio Di Giovanni, Gaspare Rizzuto e Salvatore Pispicia, "viene concordato - si legge nell'ordinanza - che Barraco avrebbe dovuto elargire in favore della famiglia mafiosa di Corso Calatafimi la somma di 1.500 euro a Natale e 1.500 euro a Pasqua da far loro pervenire per il tramite degli affiliati del mandamento mafioso di Porta Nuova".

C'è chi dice prova a dire no ma poi è costretto a piegarsi. Dice il pentito Salvatore Sollima: "Ne è esempio una gioielleria messa a posto da Giampiero Pitarresi. Il gioielliere, prima di Natale, si era rifiutato di pagare e Pitarresi mi ha incaricato di mettere due bottiglie di benzina come segnale. Il gioielliere, dopo il rinvenimento, ha consegnato i soldi a Pitarresi...". 

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