"Ma qua volete stare gratis? Smontate tutto": quando la mafia fa chiudere i ristoranti

Non si muova foglia che Cosa nostra non voglia: a farne le spese anche i titolari di RossoPomodoro. Il caso (opposto) del Wisser Chef, passato da bar a ristorante, col via libera del boss Mineo e l'assunzione della figlia di un capomafia. La concorrenza col panificio vicino: "D'Ambrogio fa come un pazzo"

Operazione Cupola: un frame di un video dei carabinieri

Non si muova foglia che la mafia non voglia. Decide tutto Cosa nostra. Così le attività commerciali si devono piegare alle logiche della malavita. Storie di oridinarie vessazioni a Palermo: a farne le spese anche i titolari di RossoPomodoro, costretti all'improvviso a smontare tutto prima dell'apertura dopo un incontro ravvicinato con Rubens D'Agostino, chiamato U' Barrichello per via dell'omonimia con l'ex pilota, uno degli uomini arrestati nell'operazione Cupola.

D'Agostino viene pizzicato in un'intercettazione mentre riferisce che i locali in cui in precedenza c'era il supermercato gestito da un certo "Napoli”, in via Belgio, erano stati acquistati dai titolari di “RossoPomodoro” che, sebbene avessero già avviato la ristrutturazione dei locali, avevano poi deciso di non avviare più l’attività, perché avevano rifiutato di aderire ad una richiesta d'estorsione. "Minchia quello... Rossopomodoro praticamente... quello ci è andato... dice: 'Dimmi una cosa che hai intenzione di stare gratis?... Vedi di smontare tutte cose... minchia quello era tutto... praticamente aveva tutti gli adesivi "impiccicati" e quello gli ha detto: vedi che gli adesivi…".

Funziona così: un supermercato apre per portare introiti alla mafia, ma anche per piazzare i figli dei boss. Una "regola" vale sopra ogni cosa: vuoi aprire un'attività? Ci deve essere l'autorizzazione di Cosa nostra. Emblematico il caso del Wisser Chef. Nel corso delle attività di indagini viene documentata la vicenda relativa all’apertura, nel giugno 2016, del ristorante - che un tempo era solamente bar - di via Ernesto Tricomi, nel quartiere del Villaggio Santa Rosalia. In questa circostanza emerge l’ingerenza da parte dell’organizzazione mafiosa, attraverso l'intervento dell'erede di Totò Riina, Settimo Mineo, oltre a Giuseppe Calvaruso (imprenditore incensurato che a detta degli inquirenti avrebbe coadiuvato Nicchi nella gestione del clan Pagliarelli) e Salvatore Sorrentino, ritenuto il boss del Villaggio. 

"In particolare - si legge nell'ordinanza - Mineo e Sorrentino “autorizzavano” Carlo Cicala, titolare del vecchio bar Wisser, ad ampliare la propria attività commerciale attraverso la realizzazione di un’area ristorante, di una rivendita di preparati alimentari pronti da asporto, di prodotti da forno e ortofrutta. Questo intervento era finalizzato non solo per conseguire indebiti guadagni ma anche per dare dimostrazione di essere in grado di esercitare un penetrante e pervasivo controllo del territorio. Gli esponenti del clan di Pagliarelli venivano infatti coinvolti nell’affare anche attraverso l’affidamento dell’esecuzione dei lavori di ristrutturazione del nascente locale alla società Edil Professional S.r.l., riconducibile a Giuseppe Calvaruso e l’immediata assunzione “in nero” nel nuovo Wisser Chef della figlia di Salvatore Sorrentino, ossia Rosa Cristiana Sorrentino".

Questa vicenda - come si evince dalla ricostruzione degli inquirenti - fornisce l’occasione per registrare la capacità degli affiliati di condizionare il locale tessuto economico, in un contesto di sostanziale condivisione omertosa delle regole mafiose da parte degli stessi esercenti concorrenti. Il Wisser Chef, in seguito a questo ampliamento, entrava direttamente in concorrenza con un altro esercizio commerciale simile, già da tempo esistente in via Tricomi, a circa una decina di metri di distanza, e cioè il Panificio Matranga, di Angelo Mannino. La potenziale situazione di conflittualità fra le due attività viene documentata attraverso una serie di conversazioni intercettate, dalle quali risultava evidente che l’apertura del nuovo locale fosse stata preliminarmente “autorizzata” e poi anche “gestita” dai più autorevoli e qualificati mafiosi di Pagliarelli, e cioè Mineo e Sorrentino.

Le conversazioni facevano emergere come l’autorevolezza mafiosa di queste persone era riuscita a prevalere sulle ragioni economiche del Panificio Matranga e ciò, nonostante il titolare di quest’ultima attività fosse stato supportato sia da Alessandro D'Ambrogio, un tempo reggente di Porta Nuova, adesso al 41-bis, e Salvatore Sciarabba, importante uomo d’onore del mandamento mafioso di Misilmeri.

Durante la conversazione intercettata il 28 gennaio 2016, Mineo viene pizzicato mentre parla con Calogero Giglia, titolare di una tabaccheria nella vicina via Vincenzo Madonia e in stretti rapporti con lui (fu suo testimone di nozze), in merito all'inizio dei lavori per la realizzazione del nuovo Wisser Chef. I due discutono di una persona che era in procinto di chiudere il proprio vecchio bar ed avviare, a pochi metri di distanza una rivendita di preparati pronti da asporto, avendo recuperato le risorse necessarie per questo investimento grazie alla cessione di alcune proprietà che la moglie aveva nel suo paese d’origine: “Ma dice che devono fare tutto mangiare qua?” è la domanda per lo zio Settimo. Che risponde: “No tutto mangiare, tutte cose, bar, però là lo deve chiudere .... lui si deve spostare là, che se l’è comprato ora di recente. Questa seconda moglie che ha del paese… si è venduta proprietà là nel paese e si comprò sti negozi…”.

Alla festa per l’inaugurazione del Wisser Chef, che si è svolta nel pomeriggio del 20 giugno 2016, veniva registrata la partecipazione di Luigi Giardina e Francesca Nicchi, rispettivamente il cognato e la sorella del detenuto Giovanni Vincenzo Nicchi. E dopo circa 6 mesi dall’inaugurazione dell’attività commerciale viene registrata una conversazione il cui contenuto consente di riscontrare ulteriormente come i vertici della famiglia mafiosa di Pagliarelli avessero “controllato” l’apertura del nuovo Wisser Chef e come, in conseguenza di ciò, fosse derivato un danno economico per il panificio dei Mannino.

"Mannino - si legge nell'ordinanza - non accettava che Mineo e gli altri avessero “accordato” a Cicala di esercitare anche la panificazione, circostanza questa che aveva comportato una significativa perdita di incassi per la proria attività. Per questo Mannino, ben consapevole che gli esponenti mafiosi di “Pagliarelli” traevano guadagni dall’attività di quel locale, si diceva convinto che Cicala fosse in obbligo di dare loro quanto “dovuto” (“Che minchia gli vai ad accordare il pane!... Lillo vedi che questa non me la posso... non me la potti agghiùttiri ri iddu e ri bicicletta, lassamu iri o biunnu… che c'è ne' pure per lui, però...”). Le parole utilizzate da Angelo Mannino apparivano molto eloquenti e dimostravano sia la complicità fra Mineo e Sorrentino, che la successiva destinazione in favore dell’organizzazione mafiosa di parte dei proventi ricavati da loro attraverso l’apertura del Wisser Chef".

Immediatamente dopo Mannino riferisce a Calogero Giglia che Alessandro D'Ambrogio, venuto a conoscenza di questa situazione dal carcere, si era molto arrabbiato per il comportamento irriguardoso tenuto da Mineo e da Sorrentino: “Appena esce Alessandro, questo... speriamo che esce ora! Non… non ci calò ad Alessandro, Lillo!”. “Minchia, dice, appena lo ha sentito si è messo a fare il pazzo!... Vabbè, dice...” / “dice... ad un poco gli sembra che non devo uscire più!... E’ buono che mi faccio altri dieci anni... sempre fuori devo essere!...”).
"Quindi - si legge - Mannino rivela che D'Ambrogio si era risentito sia verso Settimo Mineo, cui lo aveva personalmente raccomandato, sia verso Salvatore Sorrentino, il quale avrebbe dovuto essergli riconoscente per avergli salvato la vita in un'occasione". Nel prosieguo della conversazione Mannino dice che D'Ambrogio aveva anche esternato al proprio fratello enorme disappunto per il comportamento tenuto da Sorrentino che sapeva che lui era parente del boss ora al 41 bis (“... gli ha detto a suo fratello: a me, che mi dovrebbe leccare i piedi quando li ho sporchi...”. “Sapendo che appartengono a me... che appartiene a me… è mio cugino... lo raccomando io... minchia, dice, e lui si ci è messo pure contro?... Ah vabbè...”).

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