Cocaina a gogò per i professionisti: terremoto nella mafia di Porta Nuova, 32 arresti

Scoperti 200 insospettabili clienti, con consegne a domicilio a tutte le ore. Nell'operazione Atena, messa a segno dai carabinieri, spicca la figura di Gregorio Di Giovanni, il "reuccio". Individuati gli autori di diverse estorsioni. Tra i reati contestati c'è anche detenzione illecita di armi

Un altro violento terremoto che scuote la mafia palermitana. Finiscono in carcere 32 fra capi e gregari del mandamento di Porta Nuova, il regno dei fratelli Di Giovanni. L'operazione, denominata Atena, è scattata all'alba di oggi. Fiumi di cocaina per la “Palermo-bene”: scoperti quasi 200 insospettabili clienti, con consegne a domicilio a tutte le ore. Scoperta anche la "mafia del caffè", con i boss che decidevano e imponevano le forniture nei bar. Soldi che arrivano dalla droga, ma anche da nuove iniziative imprenditoriali legate al turismo.

I nomi degli arrestati

Su delega della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, il comando provinciale dei carabinieri di Palermo ha eseguito una ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip. Tra coloro che vengono raggiunti da un nuovo ordine di arresto mentre si trovano già in carcere ci sono i fratelli Gregorio - detto il reuccio - e Tommaso Di Giovanni. Sotto sequestro finisce anche una società che organizza giri turistici per Palermo a bordo di autobus scoperti.

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Gli arrestati sono ritenuti a vario titolo responsabili di associazione per delinquere di stampo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsioni aggravate dal metodo mafioso, favoreggiamento reale aggravato, trasferimento fraudolento di valori, sleale concorrenza aggravata dalle finalità mafiose, spaccio di sostanze stupefacenti e detenzione illecita di armi.

Un'operazione che si inserisce sulla scia del blitz dello scorso 4 dicembre 2018, ovvero l'operazione “Cupola 2.0”, quella con cui è stata smantellata la nuova commissione provinciale di cosa nostra palermitana, che si era riunita per la prima volta il 29 maggio 2018 ad Altarello di Baida, così come confermato anche da successive dichiarazioni di nuovi pentiti. Tra i padrini seduti al tavolo della commissione c'era anche Gregorio Di Giovanni. "La complessa attività investigativa - spiegano i carabinieri - ha rivelato che quando è stato scarcerato, nel 2015, Di Giovanni aveva immediatamente affiancato il reggente del mandamento Paolo Calcagno, prendendone poi il posto nel momento in cui questi è stato arrestato nel corso dell’operazione Panta Rei, eseguita nel dicembre dello stesso anno".

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Da quel momento, Gregorio Di Giovanni è stato affiancato nel controllo mafioso del territorio dal fratello Tommaso (nel suo breve periodo di libertà dal 18 dicembre 2016 al 17 luglio 2017) avvalendosi per la gestione delle attività illecite della collaborazione di uomini di fiducia per i diversi quartieri del Capo, della Vucciria, di Ballarò e della Zisa. "Oltre agli assetti territoriali di Cosa nostra - aggiungono i carabinieri - è emerso l’interesse principale di Paolo Calcagno in relazione al sostentamento economico della propria famiglia. Lui, infatti, nel corso dei colloqui in carcere, forniva alla moglie e al cognato indicazioni sulle persone con cui rivolgersi per ricevere le somme di denaro spettanti per lo stretto mantenimento e i profitti degli investimenti economici realizzati in attività commerciali pienamente funzionali e attive".

"E' emerso inoltre - dicono dal comando provinciale dei carabinieri - come il mandamento mafioso di Porta Nuova avesse organizzato le piazze di spaccio di sostanze stupefacenti, che continua a costituire la principale fonte di reddito di Cosa nostra (seguita subito dopo dalle estorsioni), diretta conseguenza della domanda che non accenna a decrescere, anzi sembra in continua crescita; sono state registrate, nel corso delle indagini, numerose richieste di acquisto di droga per uso personale anche da parte di una nutrita schiera di acquirenti costituita da imprenditori e liberi professionisti della città". Nella lista ci sono avvocati, dentisti, commercianti.

E in tema di attività commerciali è stato contestato il reato "di illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso per avere imposto la fornitura di caffè a bar del territorio". Sono state inoltre individuate due diverse attività, una imprenditoriale e l’altra commerciale, sempre a Palermo, e riconducibili agli esponenti di vertice di Cosa nostra, ma intestate a prestanome e quindi sottoposte a sequestro preventivo. Infine, sono stati individuati gli autori di cinque estorsioni (consumate e tentate) nei confronti di imprenditori e commercianti costretti al versamento a cosa nostra di somme di denaro.

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