Denuncia il pizzo a Brancaccio, artigiano minacciato: "I spiuna muoiono ammazzati"

Da quando si è opposto ai suoi estorsori la sua vita è cambiata. Prima ha dovuto chiudere l'attività, poi si è trasferito a Parma. Ora l'appello per cercare di "ritrovare la dignità" con un nuovo lavoro: "Sono stato abbandonato dalle istituzioni, qualcuno deve sostenermi"

Brancaccio vista dal Lago Maredolce

“Devi morire ammazzato, sei un fango. I spiuna muoiono ammazzati”. Queste le minacce rivolte la scorsa settimana a un artigiano palermitano e messe nero su bianco in un esposto alla Procura. Da quando Franco (nome di fantasia, ndr) si è opposto al pizzo la sua vita è cambiata: prima ha dovuto chiudere la sua attività artigianale in zona Brancaccio, prima ancora che fosse ufficialmente aperta in realtà. Poi, pur di non pagare, si è trovato costretto a puntare il dito contro i suoi estorsori e a rivolgersi alla Squadra Mobile. Ora l’appello per cercare di “ritrovare la dignità” con un nuovo lavoro: “Sono stato abbandonato dalle istituzioni, ma qualcuno deve sostenermi”.

Dopo anni d’indagini, sotto il coordinamento della Procura, gli agenti della polizia e della guardia di finanza in un blitz a luglio hanno arrestato 34 persone a Brancaccio accusate a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma lui, un 47enne cresciuto nella zona e che aveva investito quanto racimolato nel tempo in un laboratorio di restauro mobili antichi, ha dovuto cambiare aria per le minacce a lui rivolte da chi non aveva gradito il suo atto di coraggio. Ad agosto un primo episodio di minacce, la settimana scorsa il secondo non lontano da casa sua, in corso dei Mille. 

Franco è uno dei tanti “figli dimenticati” di questa città - come racconta lui - che si è dovuto affidare nuovamente al suo avvocato per presentare un esposto in Procura e riferire quanto accaduto: stava rientrando a casa quando due uomini, a bordo di scooter e con indosso ancora i caschi, si sono fermati per strada e lo hanno minacciato, terrorizzandolo e gettandolo nel panico. Agitato e preoccupato è fuggito in via Crispi chiamando polizia e carabinieri. Poi la tappa in ospedale dove è crollato a terra per la tensione.

Ripercorrendo nella sua mente gli attimi di paura e sconforto vissuti quella sera, Franco torna indietro con la memoria e racconta di quelle visite che hanno cambiato la sua vita: “Non avevo neanche aperto ufficialmente e sono venuti a trovarmi. ‘Chi ti ha detto di venire qua? Sul momento ho risposto male chiedendo chi fossero e li ho mandati via. Poi sono tornati alla carica sostenendo che dovessi contribuire al sostentamento delle famiglie dei carcerati. ’Non si apre senza chiedere il permesso’. A quel punto non ho potuto fare altro che denunciarli e attendere”. Dopo più di un anno e mezzo il blitz che ha portato i suoi aguzzini in carcere, in attesa del processo.

Da allora la vita di Franco è stata stravolta. Si è sentito dentro un tunnel senza uscita, senza lavoro né prospettive. “Attualmente per lo Stato non sono nessuno. Non conto niente: non sono un collaboratore - racconta a PalermoToday con la voce spezzata - né un testimone di giustizia. Ho solo fatto ciò che ritenevo giusto e questo è il risultato. E’ stata la cosa giusta, ma non so se lo rifarei: non ho più un’attività, ho perso i risparmi investiti in quell’attività, ho avuto problemi in famiglia e per quasi un anno sono andato a vivere fuori inseguendo un lavoro e un po’ di serenità”.

Per circa 7 mesi è andato a vivere in provincia di Parma, affittando una stanza e guadagnando come autotrasportatore. Poi è tornato nella sua Palermo dove però non avverte la solidarietà delle istituzioni che credeva lo avrebbero tutelato: “Fino a qualche mese fa non risultavo neanche iscritto come persona offesa. Non voglio un sussidio o altro, voglio solo lavorare e andare avanti. Ho fatto il mio dovere da cittadino e lo Stato mi ripaga così, abbandonandomi a me stesso. Chi è finito in carcere anche grazie alle mie denunce, potrebbe tornare in libertà entro qualche anno e a quel punto sarò solo”.

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