La mafia palermitana del dopo Riina: "Comandano i boss anziani, mettono tutti d'accordo"

Quindici mandamenti, 8 in città e 7 in provincia, composti da 81 famiglie in tutto. Si struttura così Cosa nostra dopo la morte del padrino corleonese. E' quello che emerge dalla relazione appena pubblicata dalla Dia: "I capi emergenti e giovani non sempre godono di unanime riconoscimento"

Leandro Greco, arrestato nei mesi scorsi, manda baci all'esterno della questura

Quindici mandamenti, 8 in città e 7 in provincia, composti da 81 famiglie in tutto. Si struttura così la mafia del dopo Riina a Palermo. E' quello che emerge dalla relazione appena pubblicata dalla Dia. "Dopo anni di revisione interna - spiega la Direzione investigativa antimafia - Cosa nostra palermitana ha tentato di darsi un’organizzazione definitiva per ripristinare la piena operatività del tradizionale organismo di vertice, la Commissione provinciale, deputata ad assumere le decisioni più importanti per l’intera organizzazione".

Italia e Usa insieme nel solco di Falcone

Per oltre 25 anni, dopo l'arresto di Riina, la Commissione non si era riunita e, di conseguenza, Cosa nostra ha vissuto una lunga fase di stallo dello sviluppo delle strategie operative. L’organizzazione mafiosa palermitana è stata infatti diretta da un organismo provvisorio, costituito dai rappresentanti da mandamenti della città con semplici funzioni di consultazione, di raccordo e di elaborazione delle linee operative. "Con la morte di Riina - si legge nella relazione della Dia - si è così avviata la fase della successione nella leadership, che presenta aspetti delicati e problematici connessi agli equilibri interni tra gli schieramenti, alle alleanze tra consorterie, ai nuovi rapporti di forza nella gestione degli affari criminali più remunerativi. Questo fermento ha trovato riscontro, come detto in precedenza, nelle risultanze dell’operazione “Cupola 2.0” e ha documentato il primo tentativo di ricostituzione della Commissione provinciale".

In una riunione mafiosa, tenutasi il 29 maggio del 2018, tra i reggenti dei mandamenti della provincia palermitana, si era progettata la ricostituzione di un organismo centrale con funzioni di direzione sulle attività criminali di rilievo intermandamentale. Questo organismo doveva riassumere le competenze di un tempo, quali l’individuazione delle linee strategiche di tutta l’organizzazione, la risoluzione di contrasti e criticità tra le varie articolazioni mafiose e la scelta dei vertici dei mandamenti. In un primo momento era stata individuata, in particolare, la figura di un anziano boss - Settimo Mineo - cui affidare la momentanea reggenza dell’organismo provinciale. Tuttavia, si è assistito poi al tentativo di un giovane capo mandamento – Leandro Greco - forte della propria discendenza, in quanto nipote di uno storico vertice della cupola – di spostare il baricentro della Commissione verso le consorterie cittadine. Ciò anche in considerazione del forte ridimensionamento delle articolazioni mafiose dominanti durante l’egemonia corleonese.

Le indagini hanno, inoltre, dato conferma dell’evoluzione dei rapporti tra Cosa nostra e gli “scappati” o “americani”, ovvero i perdenti della guerra di mafia contro i corleonesi. Molti di loro, tornati a Palermo, hanno recuperato l’antico potere mafioso, forti anche degli storici rapporti con i boss d’oltreoceano, stringendo addirittura accordi con l’ala corleonese.  Gli elementi di prova raccolti sono stati corroborati dalle dichiarazioni di due affiliati particolarmente autorevoli, rispettivamente a capo dei mandamenti di Misilmeri-Belmonte Mezzagno e di Villabate, tratti in arresto proprio con l’operazione “Cupola 2.0”. "Le conflittualità interne all’organizzazione, rimaste insolute a causa dell’azione di contrasto investigativo - si legge - potrebbero essere ulteriormente esasperate dai nuovi rapporti di collaborazione con la giustizia. A tal proposito, si segnala la commissione di due omicidi, con modalità esecutive simili, avvenuti nel 2019 proprio a Belmonte Mezzagno. Il primo, il 10 gennaio 2019, (Vincenzo Greco, ndr) di un uomo convivente con la figlia di un affiliato alla locale famiglia mafiosa, assassinato nel 1994 nell’ambito di una faida per la reggenza della famiglia; il secondo, l’8 maggio 2019, (Antonio Di Liberto, ndr) di un cugino del reggente del mandamento, ovvero Filippo Bisconti".

Periodicamente, a Palermo e nella provincia, gli equilibri mafiosi sono influenzati dalle scarcerazioni degli affiliati: si tratta spesso di uomini anziani cui, indipendentemente dalla carica ricoperta e pur in assenza di una formale nomina, è stata e viene riconosciuta una forte influenza sul territorio. E' frequente che, dopo essere stati scarcerati, i vecchi boss si dedichino alla gestione degli affari più importanti e alla riorganizzazione delle consorterie mafiose di appartenenza decimate dagli arresti. Ciò nel tempo si è, peraltro, reso necessario per contenere un diffuso malcontento verso la gestione di capi e reggenti, specie se emergenti e giovani, che non sempre godono di unanime riconoscimento.

"Le risultanze investigative testimoniano, in ogni caso, come Cosa nostra palermitana, benché duramente colpita dall’attività di contrasto istituzionale, è comunque ancora molto pervasiva - è scritto nella relazione della Dia -. In particolar modo, emerge come le sue strategie operative siano rivolte costantemente all’imposizione del “pizzo”, che rappresenta una fonte primaria di sostentamento e costituisce un fondamentale strumento di controllo del territorio. In stretta connessione con il fenomeno estorsivo, tra l’altro, si affianca la pratica dell’usura. Le attività investigative continuano, inoltre, a mettere in evidenza come le consorterie palermitane siano attive nel traffico e nella gestione del mercato delle sostanze stupefacenti. In merito, è opportuno sottolineare che il narcotraffico comporta, per esigenze di approvvigionamento, la necessità di collegamenti con altre organizzazioni criminali, italiane e straniere.  L’organizzazione mafiosa siciliana, oltre a ricercare contatti diretti per l’approvvigionamento nei Paesi di produzione o di transito, opera in un sistema criminale integrato anche con ‘ndrangheta e camorra. Non sono rari i casi di corrieri fermati in arrivo dalla Campania, dalla Calabria o dall’estero. Da anni, non solo in provincia ma anche nell’area urbana allargata, è diffusa la coltivazione delle piantagioni di cannabis, favorita dal clima insulare. A conferma si richiamano le operazioni che hanno colpito i mandamenti urbani di Porta Nuova, Resuttana e San Lorenzo, operativi nell’approvvigionamento e nello spaccio di sostanze stupefacenti".

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Coronavirus, primo caso a Palermo: turista di Bergamo è positiva

  • Coronavirus, gli spostamenti della turista bergamasca: "Ha girato per Palermo, indagini su dove è stata"

  • Rissa fuori dalla discoteca, ragazzo di 21 anni muore accoltellato a Terrasini

  • Coronavirus a Palermo, i contagiati tra i turisti bergamaschi salgono a tre

  • Coronavirus, Musumeci: "Sospensione lezioni nelle scuole di Palermo e provincia"

  • La migliore arancina di Palermo? Simone Rugiati non ha dubbi: "E' quella di Sfrigola"

Torna su
PalermoToday è in caricamento