Capaci bis, il pentito Geraci: "Messina Denaro trascorse parte della latitanza a Brancaccio"

Il collaboratore di giustizia parla al processo collegato in videoconferenza dal luogo segreto dove vive. Rivela anche dettagli della missione romana voluta da Riina: "Dovevano fare saltare in aria Costanzo, Baudo e Falcone"

"Quando il boss Messina Denaro diventò latitante ricordo che trascorse del tempo anche nella zona di Brancaccio, dove sono andato almeno due volte". A raccontarlo, collegato in videoconferenza da un luogo segreto dove vive, è il collaboratore di giustizia Francesco Geraci nel processo Capaci bis che si celebrava davanti alla Corte d'assise d'Appello di Caltanissetta. Secondo il pentito - come riporta l'Adnkronos - la latitanza a Brancaccio sarebbe stata organizzata dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. "Ricordo anche - continua Geraci - che Matteo trovava delle villette a Giuseppe Graviano in estate, quando i Graviano venivano al mare a Selinunte".

Ma le rivelazioni di Geraci non finiscono qui. Il collaboratore di giustizia parla poi della "missione romana" decisa dal boss Riina per progettare l'uccisione del giudice Giovanni Falcone nei primi mesi del '92. "Nel febbraio del 1992, prima della strage di Capaci, Matteo Messina Denaro, con alcuni 'picciotti' di Cosa nostra si era trasferito per nove giorni a Roma per fare saltare in aria Maurizio Costanzo. Ma cercavamo anche Pippo Baudo ed Enzo Biagi. E persino il giudice Giovanni Falcone”. Costanzo era finito nel mirino della mafia in seguito a una serie di iniziative particolarmente pesanti contro la criminalità organizzata. In particolare nel settembre 1991 aveva organizzato una trasmissione a reti unificate con Michele Santoro per commemorare Libero Grassi, l'imprenditore ucciso dopo aver detto in tv che non avrebbe mai pagato il pizzo.

"C'era una lista di persona - prosegue Francesco Geraci - da uccidere. Cercavamo anche Falcone che andava al Ministero.  Avevamo compiti differenti io e Vincenzo Sinacori". Il collaboratore racconta di un incontro avvenuto a Palermo prima di andare nella Capitale. "Andammo a Palermo, con Matteo Messina Denaro, a una riunione, alla quale non mi fecero prendere parte, credo perché non contavo niente. C'erano Matteo Messina Denaro, Renzo Tinnirello, i fratelli Graviano, Enzo Sinacori, Salvatore Biondo, e lì si è deciso che si doveva andare a Roma. Nella Capitale eravamo io Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Renzo Tinnirello, Enzo Sinacori, e un'altra persona. Mi portarono a Roma perché avevo la carta di credito. E lì presi una macchina a noleggio".

Il compenso? "Cinque milioni di vecchie lire a testa". "Matteo Messina Denaro era con Renzo Tinnirello - dichiara ancora Geraci - e cercavano dei giornalisti". Anche loro da uccidere, secondo quanto racconta il collaboratore di giustizia. A Roma, Cosa Nostra aveva nel mirino Giovanni Falcone ma anche personaggi "in vista" del mondo del giornalismo e dello spettacolo come Maurizio Costanzo, Andrea Barbato, Michele Santori e Pippo Baudo. Per il boss Totò Riina, come hanno raccontato diversi collaboratori di giustizia, erano tutti da condannare perché "rei" di aver "avviato una sistematica campagna mediatica volta a sensibilizzare l'opinione pubblica sulle atrocità commesse da Cosa nostra e dalle altre organizzazioni criminali di stampo mafioso". "Andammo anche davanti al Teatro Parioli dove lavorava Costanzo - dice Geraci -  e si parlava di mettere del tritolò in un cassonetto dell'inno dia". L'attentato a Maurizio Costanzo fu fatto poi dopo un anno, il 14 maggio 1993. Maurizio Costanzo e Maria De Filippi si salvarono solo perché i killer furono traditi da un cambio di auto: il solito autista, che usava una Alfa Romeo 164, quella sera stava male e chiese il cambio a un collega che usava la Mercedes.

Fonte: AdnKronos

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