Pizzo, "legnate" agli incorruttibili e mazzette: così i boss gestivano l'ippodromo

I retroscena dell'operazione "Corsa nostra" che ha fatto scattare le manette per 9 persone: dal furgone bruciato per fare capire chi comanda alle migliaia di euro date ai "picciotti" per le festività. La mafia riusciva ad avere una percentuale del volume d’affari quantificabile in 4.000 euro al mese

Operazione "Corsa nostra" - le intercettazioni

Il pizzo pagato regolarmente alle famiglie mafiose di San Lorenzo e Resuttana dagli anni '80 fino al 2008, le gare sistematicamente pilotate e i metodi "tradizionali" - danneggiamenti, intimidazioni e perfino attentati - per mettere le cose in chiaro generando un clima di paura. E ancora da 500 a duemila euro per corrompere i driver "amici". Ecco cosa succedeva all'ippodromo "La Favorita" da decenni. E' quanto emerge dall'operazione "Corsa nostra" messa a segno stamani dai carabinieri e che ha portato all'arresto di nove persone tra driver, gestori di scuderie e allenatori. Determinanti le intercettazioni e le deposizioni di vari collaboratori di giustizia.

Le mani della mafia sull'ippodromo, gare decise dai boss: 9 arresti“

Secondo quanto ricostruito, la mafia esercitava sull’ippodromo "un controllo pressoché totale richiedendo, attraverso addetti del settore 'vicini', una percentuale del volume d’affari, quantificabile in quattromila euro al mese; manipolando le corse attraverso alcuni storici driver, vicini agli affiliati mafiosi, i quali minacciavano i colleghi in modo da alterare il risultato; lucrando sulle scommesse relative alle corse".

Corse truccate e summit all'ippodromo - le intercettazioni | Video

Nel 2014 a parlare dell'ippodromo è il collaboratore Vito Galatolo, spiegando "che era gestito - si legge nell'ordinanza - in parti uguali dalle famiglie mafiose di San Lorenzo e Resuttana, così come avveniva per lo stadio di calcio Renzo Barbera. In riferimento all'ippodromo, affermava che Vincenzo Graziano e Girolamo Biondino ne avevano affidato la gestione a Massimiliano Gibbisi e Giovanni Niosi. Il primo era 'sponsorizzato' dalla famiglia mafiosa di Pagliarelli, ma agiva per conto della famiglia mafiosa di San Lorenzo, mentre Niosi 'agiva per conto della famiglia mafiosa di Resuttana".

"Con l'ippodromo la mafia incassava 4 mila euro al mese" | Video

"Conosco un fantino - dice Galatolo - per dire, un'ipotesi, incorruttibile, uno che all'ippodromo prendeva legnate dalla mattina alla sera. Dovevo vincere io, allora gli altri si stavano dietro... il secondo doveva arrivare... questo e il terzo doveva arrivare quello... e così come partivano arrivavano. E poi cosa nostra investiva tutti i soldi nelle sale scommesse". E sulle "tariffe" dei driver corrotti spiega: "Dipende da chi erano, c'era chi anche con 500 euro si accordavano, altri volevano duemila euro, 1500".

I nomi degli arrestati

Una lunga storia di intimidazioni e condizionamenti

Già nel 1998 erano state trovate delle agende con riportate le cifre che i gestori versavano ai boss come "pizzo". "L'ingente volume di affari generato da tale impianto sportivo - spiegano gli inquirenti - non poteva che attirare anche Cosa nostra: l'ippodromo rappresenta, ormai da decenni, una delle fonti da cui l'organizzazione criminale attinge per garantire il proprio sostentamento economico. Ricade nel territorio della famiglia mafiosa di Resuttana, ma si è accertata l'esistenza di un accordo che prevede il coinvolgimento anche della famiglia mafiosa di San Lorenzo nella gestione tanto dell'ippodromo quanto dello stadio di calcio. A supporto di tale assunto vi sono le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia che, seppur acquisite a decenni di distanza tra loro sono, in tal senso, univoche e convergenti. Si evidenziava che l'ippodromo pagava il pizzo fin dai primi anni '80".

 "L'ippodromo pagava sin dai primi anni Ottanta, quando io, Nino Madonia e Salvo Madonia abbiamo piazzato una bomba al suo interno", diceva già nel 1997 il pentito Giovan Battista Ferrante.

Dell'ippodromo si trova traccia anche nei "pizzini" sequestrati a Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Nel "pizzino", catalogato come "06", erano riportate le estorsioni commesse all'interno del mandamento mafioso di Resuttana. E c'è proprio la struttura di viale del Fante: "IPPODROMO... 442 NATALE E PASQUA 1000+1000". E le cose col tempo non sarebbero cambiate. "Significative" per gli inquirenti sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Manuel Pasta, Vito Galatolo, Silvio Guerrera e Giovani Vitale detto "Il panda".

I nuovi collaboratori confermano, di fatto, quanto dichiarato dai "vecchi" pentiti: "Le dinamiche descritte non sembrano essere cambiate. Oggi come ieri l'ippodromo viene descritto come una realtà pesantemente condizionata da Cosa nostra. Nel 2010 Pasta spiega che "l'ippodromo pagava il pizzo nella misura di 5.000 euro per ogni festività. Dopo l'arresto di Maurizio Spataro nel luglio 2008 l'ippodromo non ha più pagato. Il meccanismo delle corse truccate era  il seguente: tramite i fantini decidevamo l'esito di una corsa e si intascavano i proventi. Ma non era facile perchè non tutti erano compiacenti".

Per chi si ribella le punizioni non si fanno attendere

Secondo gli inquirenti l'ippodromo era "pesantemente condizionato dalla paura".  Emblematica la storia di un driver che non si voleva piegare ai boss. E' "U panda" a raccontare ai magistrati che per convincerlo ad accettare i "suggerimenti" dei delegati mafiosi gli è stato incendiato il furgone. E' stato proprio il boss, adesso collabratore, a bruciare il mezzo la sera del 16 giugno 2011.

"La prima volta che l'ho fermato... l'ho fermato a Terrasini mi sembra - racconta Vitale -  che c'è una specie di scuderia, l'ippodromo, una specie di pista dove ci vanno a posare i cavalli. E lui poi aveva il camion... a Balestrate mi sembra che era il camion. Sono andato una sera là e gli ho incendiato il camion, ma ci sono andato però da solo. E ancora: "Il problema era lui. In tutte le corse il problema...perché aveva sempre cavalli forti lui".

Tra i collaboratori che hanno confermato il clima di intimidazioni, anche Sergio Macaluso, arrestato nell'ambito dell'operazione "Talea" del 30 novembre 2017: "Loro  (i driver ndr) già sapevano che l'ippodromo faceva parte del mandamento di Resuttana. Non potevano andare contro le regole del mandamento. Infatti qualcuno, dico, qualche schiaffo lo ha anche preso... Giuseppe Corona diede legnate a un guidatore perché gli fece perdere ventimila euro".

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