Testa di capretto a Foschi, l’ordine dei Lo Piccolo e la consegna di Profeta

Le parole del pentito Andrea Bonaccorso ricostruiscono l’intimidazione all’ex ds rosanero per imporre forniture e ditte per i cantieri dell’ipermercato allo Zen. A Rosario, nipote del boss della Guadagna, il compito di recapitare il pacco. I retroscena nei verbali dell'operazione Stirpe

Una testa di capretto l’ex direttore sportivo del Palermo Rino Foschi per ricordare i presunti accordi presi sui lavori dell’ipermercato allo Zen. L’arresto del boss Salvatore Profeta, del nipote Rosario - che lo aveva sostituito durante gli anni passati in carcere - e dei suoi scagnozzi nell'operazione "Stirpe", è servito a ricostruire l’atto intimidatorio, con un pacco consegnato in viale del Fante e scartato, nel 2006, sotto l’albero di casa Foschi. "Mia moglie si è presa un gran spavento. Quando ha aperto il pacco - aveva dichiarato l’ex ds rosanero - è svenuta, per dirla...ma io penso a uno scherzo e dormo tranquillo. Ora non fatene un film”. E invece si trattava proprio di un film di gangster, con la testa mozzata e consegnata tramite Rosario Profeta e per conto di Salvatore e Sandro Lo Piccolo e Andrea Adamo. (IL VIDEO CON LE INTERCETTAZIONI)

A fornire degli importanti elementi è stato il collaboratore di giustizia Andrea Bonaccorso, che già nel 2008 indicò agli inquirenti il significato e le modalità del gesto intimidatorio. Secondo quanto riferito dal pentito ai pm, Rosario Profeta (foto in basso a destra), nipote del boss della Guadagna Totuccio, aveva messo a disposizione i mezzi della propria ditta di trasporti per recapitare quel pacco. "Sono andato da lui perché….per fare un pacco ci vuole un documento, però lui mi ha fatto fare tutto senza documenti e poi aveva.. ha fatto .. gli ho dato il  pacco.. io c'avevo i guanti, l'ho dato a lui e lui ha fatto .. non l'ho .. lui neanche l'ha toccato e neanche .. l'ha fatto prendere a un dipendente, a un ragazzo che non sapeva niente, perché lo pensavamo che poi magari venisse”. L’ordine arrivava direttamente dai Lo Piccolo, legati evidentemente alla famiglia di Santa Maria di Gesù.

“Stavano facendo i lavori - ha dichiarato Bonaccorso - che dovevano partire i lavori allo Zen, e allora prima erano stati presi accordi che.. movimento terra, tutta sta robba qua.. lo dovessero fare delle persone vicino ai Lo Piccolo". L’uscita sui giornali della notizia dell’imminente apertura dei cantieri fece storcere il naso ai boss mafiosi di mezza città, e per questo decisero di spaventare Rino Foschi. "Aveva a casa (a Cesena, ndr) degli ospiti, infatti poi.. noi ce la siamo presi a ridere, perché logicamente quello era eh.. che ci avevamo scritto, questo l'ho scritto io ‘per questa volta così la prossima volta la tua testa' insomma.. un avvertimento e poi ci siamo messi a ridere”.

Secondo quanto scritto dai sostituti procuratori della repubblica Francesca Mazzocco, Caterina Malagoli e Sergio Demontis, il pentito Marcello Trapani aveva “riferito che dietro i principali club vi erano esponenti mafiosi o soggetti legati ad esponenti mafiosi, ed un ruolo di primo piano nella gestione dell'affare era ricoperto da Salvatore Milano, già condannato per il reato di associazione a delinquere di stampo mafiso, che aveva stretto rapporti sempre più stretti con vari dirigenti della Palermo calcio e segnatamente con il ds Foschi, il quale era perfettamente consapevole del suo spessore mafioso e ciò nondimeno aveva permesso allo stesso Milano di accrescere la sua influenza negli ambienti della Palermo Calcio ("perché dal momento in cui tu autorizzi un soggetto a stare in mezzo ai giocatori e agli allenatori, dal momento in cui lo autorizzi ad entrare in posti dove di solito nessuno può entrare”).

Rosario ProfetaFoschi cercò di puntare l’attenzione su altri dettagli, minimizzando l’accaduto e collegandolo a questioni relative calciomercato e a qualche "vaffa di troppo". ”Penso a un cretino che ha voluto fare uno scherzo sotto Natale, un pessimo scherzo, pensando che non avrei aperto il pacco a casa. Io ho sbagliato, l'ho portato su a Cesena - aveva spiegato - invece di aprirlo prima. Forse sono antipatico a qualcuno". E invece il problema era legato all’imposizione delle ditte e delle forniture nei cantieri dello Zen, e la mafia voleva ricordare all’ex ds rosanero che dalla morsa dei clan non si poteva o doveva scappare.

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