Trattativa, Ciancimino al pm: "Provenzano veniva a casa nostra ogni settimana"

Il figlio dell'ex sindaco Don Vito è stato ascoltato nell'aula bunker per quattro ore, spezzate solo da un malore e dal rinvio dell'udienza. Ha parlato dei rapporti del padre con i boss e i servizi segreti e dei presunti affari con Berlusconi e di come facesse da postino per i "pizzini"

Massimo Ciancimino (foto archivio)

I rapporti con Provenzano e i servizi segreti, i presunti affari con Berlusconi, alcuni accenni sulla “trattativa” e la consegna dei “pizzini” da parte del figlio di Don Vito anche al boss Totò Riina, ritenuta dall’ex sindaco del “sacco di Palermo” una “persona limitata intellettualmente”. Sono solo alcuni dei passaggi dell’interrogatorio nell'aula bunker di Massimo Ciancimino, che ha risposto alle domande del pm Nino Di Matteo per quattro ore, spezzate solo per un malore del teste che ha costretto il presidente della Corte d’Assise Alfredo Montalto a rinviare ad oggi l’udienza. Durante l’interrogatorio il teste ha parlato anche delle “tutele” previste per Provenzano: “Circolava liberamente sapendo che non lo avrebbero arrestato perché godeva di alcune tutele, grazie a un accordo fatto nel 1992 con le istituzioni”.

“Binnu” Provenzano frequentava casa Ciancimino settimanalmente e il teste ricorda di averlo conosciuto come “l’ingegnere Lo Verde”. Il teste ha raccontato di conoscere il boss corleonese “da quando era uno dei picciotti di Luciano Liggio”, spiegando come fosse stimato dal padre e delle differenze con Totò Riina. Quest’ultimo, ha spiegato Ciancimino, era considerata una “persona limitata intellettualmente, un doppiogiochista e un uomo aggressivo. Non ne aveva alcuna stima, lo chiamava pupazzo”. Dichiarazioni rese mentre il boss ascoltava in diretta, dal carcere di Parma, steso su una lettiga per dei problemi renali. Durante l’interrogatorio Ciancimino ha spiegato anche le precauzioni prese dal padre, per conto del quale aveva fatto da postino: "Ho fatto da tramite nello scambio di 'pizzini' tra mio padre e Provenzano per molto tempo. Mio padre era molto cauto nel gestire la corrispondenza: li apriva con i guanti in lattice, li fotocopiava e poi li bruciava”.

“Quando arrivava una lettera di Riina, che lui non stimava per niente, era un momento di ilarità", ha aggiunto Ciancimino alludendo al fatto che le lettere erano sgrammaticate. E durante l’interrogatorio c’è stato tempo per parlare anche dei presunti affari portati avanti da Don Vito e Silvio Berlusconi nel capoluogo lombardo. “Si sono conosciuti e incontrati a Milano alla fine degli anni Settanta. Me lo disse mio padre quando decise di aprirsi con me, rivelandomi quanto sapeva, per scrivere il memoriale. Anche mio madre mi confermò che quanto raccontato da mio padre Vito era vero. All'epoca dei fatti Berlusconi era solo un imprenditore molto noto a Milano ma, chiaramente, quando mio padre mi racconto questi fatti suscitò il mio interesse. Gli incontri erano organizzati da Bontade tramite Marcello Dell'Utri”. Dichiarazioni che l’avvocato dell’ex premier Niccolò Ghedini respinge categoricamente: “Totalmente infondate e già smentite in modo radicale ed inoppugnabile nelle sedi processuali, in relazione a presunti rapporti fra suo padre e il presidente Berlusconi. Per tali inveritiere affermazioni si procederà in ogni sede”.

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