Corleone, si sgretola il muro d'omertà: imprenditori "stanchi" ora denunciano

I retroscena dell'operazione "Grande Passo 2" che ha portato all'arresto di 4 persone. Nel mirino nei boss concessionarie di automobili ed imprese edili: si paga due volte. Il comandante dei carabinieri di Monreale: "Cosa nostra non conosce pensione"

Un frame dell'intercettazione

Cosa nostra sempre più bisognosa di denaro, intenzionata a ricavare liquidità non solo dai grandi appalti ma anche dai piccoli commercianti che operano in provincia, e imprenditori che, stanchi delle continue vessazioni, iniziano a infrangere il muro di omertà. Se poi succede a Corleone, la cosa inizia ad assumere un significato particolare. Questo quanto emerge dall'operazione "Grande Passo 2", coordinata dalla Dda di Palermo e portata a termine stamattina dai carabinieri tra Corleone, Misilmeri e Belmonte Mezzagno,

COSA NOSTRA NON HA ETA' - I quattro uomini arrestati oggi non sono proprio di "primo pelo". In manette infatti sono finiti: Francesco Paolo Scianni 64 anni, Pietro Paolo Masaracchia 65 anni, Ciro Badami 69 anni, Antonino Lo Bosco 85 anni. Ognuno aveva, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, compiti ben precisi. Badami, organico alla famiglia mafiosa di Villafrati, era già stato arrestato nell’ambito dell’operazione “Grande Mandamento” del 2005 perchè ritenuto responsabile della riscossione del denaro estorto. (LE INTERCETTAZIONI - VIDEO)

Dal 2013 non era sottoposto ad alcuna misura restrittiva. Scianni è ritenuto un "uomo di fiducia e fiancheggiatore di Antonino Di Marco, già arrestato nell’ambito dell’operazione Grande Passo del 2014 e utilizzato per mantenere i contatti per la riscossione delle estorsioni e come anello di congiunzione con la famiglia mafiosa di Villafrati", Masaracchia, guà in carcere per l'operazione "Grande Passo", è ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano. Lo Bosco, con i suoi 85 anni, è ritenuto membro della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano e in contrapposizione con il capo famiglia Masaracchia.

"Cosa nostra - ha sottolineato il comandante del gruppo di Monreale Pierluigi Solazzo - non conosce la pensione. E si affida, spesso, a soggetti terzi come Scianni che non era noto alla giustizia ed era libero di muoversi sul territorio garantendo i collegamenti tra le famiglie mafiose della zona".

LE MANI DELLA MAFIA SULLE PICCOLE ATTIVITA' - Nel mirino della mafia sono finite soprattutto concessionarie di automobili ed imprese edili. Gli episodi documentati sono avvenuti tutti tra Bolognetta, Palazzo Adriano e Misilmeri. A Bolognetta l'imprenditore ha dovuto rinunciare all'attività perchè le richieste erano troppo esose. "Ha dovuto versare - spiegano gli inquirenti - un primo 'pizzo' per avviare l'impresa e poi 600 euro mensili. Richieste troppo alte, divenute insostenibili dopo pochi mesi".

Ad aggravare la situazione è il rigido codice mafioso. "Le vittime - ha chiarito Bernardino Chirico, a capo del comando di Corleone - pagavano due volte. La prima al boss della zona di provenienza e la seconda al boss o alla famiglia che controlla l'area in cui ha sede l'attività. In un caso una delle vittime ha pagato doppio per potere eseguire un unico lavoro: ha dato quattromila euro a due famiglie, per una spesa complessiva di ottomila euro". "Queste regole - ha aggiunto - non solo sono un costo, ma disorientano anche la vittima".

LA COLLABORAZIONE DEGLI IMPRENDITORI - Un elemento nuovo, nel corso delle indagini, è dato dalla collaborazione delle vittime del racket con le forze dell'ordine. "Sono stanchi - ha spiegato Sollazzo - di soggiacere alle richieste dei mafiosi. Non avevamo mai registrato prima di ora questo avvicinamento alle forze di polizia, che però è fondamentale per metterci nelle condizioni di abbattere questo muro di omertà che si è costruito negli anni". "Per la prima volta non si sono trincerati dietro i soliti 'Non so' e i 'Non ricordo', ma hanno ammesso di essere stati vittime del pizzo. E' un ottimo segnale. I commercianti, già stritolati dalla crisi, non possono piuù sopportare anche la pressione mafiosa".

Quella degli imprenditori non è stata una collaborazione "spontanea" ma, davanti alla ricostruzione dei militari dell'Arma, hanno collaborato ammettendo quando accaduto e, in alcuni casi, svelando ulteriori retroscena.

Per il comandante provinciale dei carabinieri di Palermo, colonnello Giuseppe De Riggi, "la collaborazione degli imprenditori di Corleone è un tema a noi particolarmente caro in una zona in cui la pressione mafiosa è forte, con mafiosi alla continua ricerca di liquidità. Tutte le imprese sono pressate da richieste pesanti. Ma si deve capire che non esistono imprenditori isolati". "Occorre - ha aggiunto - rilanciare questo messaggio di tipo etico e valorizzare ancora di più la collaborazione degli imprenditori con le forze dell'ordine in un'area in cui la mafia mostra ancora la sua pervicacia. Questo è il punto importante, da cui partire e proseguire per scardinare la criminalità organizzata".

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