Estorsioni, appalti e omicidi su richiesta: la mafia comanda ancora a Corleone

Dodici gli arresti nel corso dell'operazione "Grande Passo 4". Determinante la scelta di alcuni imprenditori di denunciare le estorsioni. In manette anche il nipote di Provenzano, Carmelo Gariffo: "Tutti devono temere. Dobbiamo dare una lezione"

Progettavano di uccidere il bracciante agricolo Giuseppe Coscino di Chiusa Sclafani per non dividere con lui l'eredità. Era tutto pronto: scelti i due killer, il luogo dell'agguato e il finto movente, passionale. Ma i sicari sono stati fermati per tempo. E' questo uno dei retroscena dell'operazione antimafia "Grande passo 4", che ha inflitto un nuovo colpo alle famiglie mafiose di Corleone, Palazzo Adriano e Chiusa Sclafani, alle quali i due allevatori, mandanti dell'omicidio, si erano rivolti. Dodici gli arrestasti che a vario titolo dovranno rispondere di associazione di stampo mafioso, estorsione e danneggiamento. In manette anche Carmelo Gariffo, il nipote di Bernardo Provenzano. A Gaspare Gebbia e al figlio Pietro, è stata invece applicata la libertà vigilata per due anni.

ECCO I NOMI DI TUTTI GLI ARRESTATI

Determinante ai fini dell'operazione la scelta di alcuni imprenditori di denunciare le richieste di pizzo. Nove gli episodi estorsivi di cui gli arrestati si sarebbero resi protagonisti. E non sono mancati anche gli atti intimidatori, molto violenti. L'obiettivo delle azioni criminali era reperire soldi per riempire le casse degli associati della famiglia, ma anche affermarsi come organizzazione sul territorio. "Sono azzerato, ne ho bisogno - dice il nipote di Provenzano al telefono - mio zio non si meritava questo". Oltre alle difficoltà economica, dalle intercettazioni ambientali emerge chiaramente la volontà mafiosa di controllare il territorio: "Tutti devono temere. Dobbiamo dare una lezione", afferma sempre Carmelo Gariffo.

Le estorsioni erano rivolte in particolare ai titolari di ditte impegnate nell'esecuzione di lavori pubblici. Emblematica la vicenda che ha interessato, nel luglio del 2014, un imprenditore della provincia di Palermo, aggiudicatario dell’appalto dei lavori di manutenzione di alcuni abbeveratoi rurali nel comune di Palazzo Adriano, che ha denunciato l’incendio di due mezzi da lavoro. Il contenuto della denuncia è stato suffragato dalle attività tecniche telefoniche e ambientali (GUARDA VIDEO), che hanno consentito di appurare i ruoli degli indagati nella vicenda estorsiva e, più in generale, all'interno dell’organizzazione mafiosa. 

IL COMMENTO DI ADDIOPIZZO. "Anche a Corleone si sgretola muro d'omertà", commenta l'associazione antiracket, impegnata negli ultimi due anni accanto a diverse vittime che proprio in tali aree del Palermitano hanno maturato la forza e il coraggio di liberarsi da soprusi, minacce e richieste estorsive. "La straordinaria azione repressiva delle forze dell’ordine e dei magistrati e il percorso di affrancamento dal fenomeno delle estorsioni di commercianti e imprenditori sostenuto dall’associazione - continua Addiopizzo - mettono in luce come anche in questa area della provincia così difficile ci siano le condizioni per sgretolare il muro dell’omertà".

Comando provinciale carabinieri-2L'ANALISI DEL COMANDANTE GIUSEPPE DE RIGGI. L’operazione costituisce la naturale prosecuzione delle precedenti tre fasi  dell’indagine "Grande Passo” relative al mandamento mafioso di Corleone, all’esito delle quali, tra il settembre del 2014 e il novembre del 2015, furono tratti in arresto molti esponenti apicali del citato sodalizio, gettando tra l’altro le basi per l’accesso ispettivo al comune di Corleone e per il successivo scioglimento dell’Ente per infiltrazioni mafiose. Sull'operazione "Grando Passo 4", tre in particolare gli elementi che emergono secondo il comandante provinciale dei carabinieri: anche in provincia c'è stato un ricambio generazionale nelle famiglie mafiose; si avverte ancora un forte localismo mafioso con una fitta rete di relazioni e inizia ad esserci collaborazione da parte degli imprenditori. "Alcuni di loro, stanchi, hanno deciso di alzare - ha dichiarato De Riggi - e di denunciare tutto alle forze di polizia. In casi del genere non è importante stabilire se abbiano collaborato più o meno spontaneamente, ma che l'abbiano fatto. Si può guardare con ottimismo al futuro".

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