Mafia, stangata ai clan di Bagheria e Porta Nuova: condanne definitive per due secoli

Carcere a vita per Michele Modica, trent’anni a Emanuele Cecala. Ventiquattro in tutto gli imputati alla sbarra dopo l'operazione Reset dei carabinieri eseguita tra il 2014 e il 2015 che è servita a fare luce anche su un omicidio a Caccamo

Michele Modica del clan di Bagheria

Diventano definitive le condanne dell’operazione antmafia Reset. E’ stata pronunciata dai giudici della seconda sezione della Cassazione la sentenza del processo per cui alla sbarra c’erano 24 persone tra boss e gregari dell’area di Bagheria e Porta Nuova accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio, sequestro di persona, estorsione, rapina, detenzione illecita di armi da fuoco e danneggiamento a seguito di incendio. Confermata l’aggravante del reimpiego dei proventi dell’attività criminale, rendendo vana la possibilità di ottenere lo sconto di un terzo della pena.

La maggior parte dei ricorsi presentati dagli avvocati difensori sono stati respinti o considerati inammissibile. Ecco tutte le pene inflitte dalla Suprema corte: Emanuele Cecala (30 anni), Giovanni Pietro Flamia (11 anni e 6 mesi), Carlo Guttadauro (8 anni e 8 mesi), Francesco Raspanti (4 anni e 8 mesi), Francesco Pipia (8 anni), Nicolò Lipari (9 anni), Giovanni La Rosa (6 anni e 10 mesi), Michele Modica (ergastolo), Fabio Messicati Vitale (3 anni e 6 mesi), Atanasio Leonforte (8 anni e 5 mesi), Andrea Lombardo (6 anni e 7 mesi), Giovanni Romano (6 anni e 4 mesi), Salvatore Buglisi (1 anno), Giorgio Provenzano (11 anni e 6 mesi), Giovan Battista Rizzo (7 anni e 6 mesi), Carmelo Nasta (3 anni), Giovanni Di Salvo (7 anni e 2 mesi), Pietro Lo Coco (10 anni e 6 mesi), Francesco Speciale (7 anni e 1 mese), Bartolomeo Militello (3 anni e 6 mesi), Giuseppe Di Fiore (14 anni e 8 mesi), Paolo Ribaudo (8 anni), Francesco Terranova (6 anni e 8 mesi), Francesco Pretesti (6 anni e 7 mesi.

L’operazione è stata eseguita dai carabinieri tra il 2014 e il 2015. Fondamentali le dichiarazioni rese dalle vittime e la collaborazione con gli investigatori. Le indagini sono servite anche a fare luce sull’omicidio di Antonio Canu, nel 2005, ucciso con due colpi di pistola a Caccamo. Due i potenziali moventi dell’assassinio: la mafia lo ha voluto punire perché lo considerava un “cane sciolto” nel campo delle estorsioni. Secondo un’altra ipotesi avrebbe pagato per la sua testimonianza sull’omicidio di Filippo Lo Coco, freddato anche lui per aver violato le regole di Cosa nostra.

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