Brusca, le scuse 150 omicidi dopo: "Chiedo perdono a tutte le vittime della mafia"

L'ex padrino, nel corso del processo sul depistaggio delle indagini della strage di via D'Amelio, del luglio del 1992, ha raccontato il momento della "svolta". Ovvero il giorno che gli ha cambiato la vita: "Quando ho incontrato Rita Borsellino"

Un momento del processo Borsellino con la deposizione di Brusca

"Chiedo perdono a tutte le vittime della mafia". L'ex boss Giovanni Brusca nel corso del processo sul depistaggio delle indagini della strage di via D'Amelio, del luglio del 1992, adesso chiede scusa. Brusca, oggi collaboratore di giustizia, ha raccontato il momento della "svolta". Ovvero il giorno che gli ha cambiato la vita: quando ha incontrato Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo, da poco scomparsa.

Le scuse (rivolte anche "allo Stato e alla società civile") sono arrivate a chiusura di una testimonianza fiume, durata quasi cinque ore di esame. Brusca è stato sentito a Roma in occasione del processo a carico dei poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia aggravata. In aula insieme a magistrati e avvocati c’era anche Fiammetta Borsellino.

"Presto hanno fatto". Così Giovanni Brusca commentò la notizia della strage di via D'Amelio. Lui si era messo a disposizione ma fu escluso dal progetto di morte sul quale stava lavorando Giuseppe Graviano. "Sono diventato un mostro per dare l'anima a Cosa nostra. A un certo punto mi sono domandato: a che cosa è servito fare tutto questo?". Una collaborazione, quella di Brusca, altalenante e contraddittoria che ha avuto la svolta con l'incontro con Rita Borsellino: "Una giornata memorabile per me, alla presenza di mio figlio e mia moglie. Ho capito lo sforzo che aveva fatto questa persona nell'incontrare me. Cercava giustizia nei confronti del fratello".

L’ex capomafia di San Giuseppe Jato, arrestato nel 1996, ritenuto responsabile (anche) della brutale uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, chiede dunque perdono, dopo aver commesso 150 delitti. Stando ai suoi avvocati, Brusca prega nella solitudine della sua cella dove "per sua scelta ha deciso di vivere in una sorta di 41 bis volontario, rinunciando ad avere contatti con chi ha vissuto il suo passato".

L'ex boss ricoprì un ruolo fondamentale nella strage di Capaci in quanto fu l'uomo che spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l'autostrada. "L'omicidio di Falcone però era nato già nel 1984", ha spiegato.

Nel corso della deposizione Brusca ha parlato anche del falso pentito Vincenzo Scarantino ribadendo la sua inattendibilità per la strage di via D'Amelio. "Lui non c'entrava nulla". "A quanto pare era stato maltrattato, malmenato…erano discorsi che giravano, da Biondino a Di Trapani, giravano queste voci insomma - ha detto riferendosi a Scarantino -. Aveva subito minacce da parte delle forze di polizia o in carcere, non lo so con certezza, si parlava di maltrattamenti. Mi ricordo che mi raccontarono che la polizia lo voleva buttare giù da un elicottero in volo, cercavano di intimorirlo, questo era il senso".

Giovanni Brusca non partecipò alla strage del luglio 1992 ma ricorda, dice, che Totò Riina, discuteva di un "papello", un foglio ("A4") con le sue richieste per fermare le stragi che stavano insaguinando la Sicilia e l'Italia: "Lì ho capito che avevo venduto la mia anima a Cosa nostra per nulla". "Dopo la strage di Capaci - ha raccontato - ho incontrato Riina, saranno passati 8-10 giorni. Riina mostrava soddisfazione per aver tolto dalla scena Andreotti che voleva diventare presidente della Repubblica. Quest'incontro è avvenuto dietro Villa Serena".

Brusca ha parlato anche della riunione nella quale Salvatore Biondino, l'autista di Totò Riina, mostrò alcune pagine del verbale reso da Gaspare Mutolo a Paolo Borsellino poco prima della strage del 19 luglio. Quest'incontro sarebbe avvenuto alla fine del 1992. E il capo dei capi sarebbe stato arrestato due mesi dopo.

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