I verbali del boss pentito contro Mannino: "Era affiliato alla famiglia mafiosa di Agrigento"

La procura generale ha chiesto alla corte d'assise d'Appello di Palermo di produrre i verbali di interrogatorio di Filippo Bisconti, che ha deciso di parlare con i magistrati dopo il suo arresto

Calogero Mannino

Sarà emessa il prossimo 22 luglio la sentenza del processo d'appello stralcio sulla trattativa tra Stato e mafia a carico dell'ex ministro Calogero Mannino, accusato di violenza e minaccia a corpo politico dello Stato. Lo ha annunciato il presidente della Corte d'appello Adriana Piras alla fine dell'udienza di oggi, dedicata alle arringhe difensive. Il 22 luglio i giudici entreranno in camera di consiglio e in giornata emetteranno la sentenza. In primo grado Mannino era stato assolto.

Intanto nel processo che vede imputato Mannino potrebbero entrare le dichiarazioni del neo pentito di mafia Filippo Bisconti. Oggi la procura generale di Palermo ha chiesto alla corte d'assise d'Appello di Palermo di produrre i verbali di interrogatorio di Bisconti. Il boss ha deciso di parlare con i magistrati dopo il suo arresto lo scorso inverno. Bisconti avrebbe rivelato di aver saputo dal boss mafioso Rosario Lo Bue che Mannino era affiliato alla famiglia mafiosa di Agrigento.

La procura generale ha chiesto alla Corte che qualora i verbali fossero acquisiti, si riapra il dibattimento con l'esame di Bisconti. In aula l'accusa è rappresentata dai pg Sergio Barbiera e Giuseppe Fici. Rosario Lo Bue, condannato nel 2007 a 8 anni di reclusione, è considerato membro della famiglia mafiosa di Corleone, per conto della quale ha gestito la latitanza di Bernardo Provenzano, fino all'arresto di quest'ultimo, avvenuto l'11 aprile 2006 in località Montagna dei cavalli, alle porte di Corleone.

Così l'avvocato Grazia Volo ha risposto alla richiesta della Procura: "Questa produzione significa che Mannino, all'età 80 anni, è ancora oggetto di investigazioni. La difesa si oppone a qualunque richiesta di apertura dibattimentale non ritenendola attinente al capo di imputazione". "Dal 1991, tra processi mediatici e giudiziari, Calogero Mannino è in servizio permanente di imputato, a combattere per dimostrare la propria innocenza. Penso che le vicende giudiziarie debbano avere un punto certo. Questo processo comincia nel 2012, ci troviamo impelagati in questa vicenda per molti aspetti incomprensibili: un processo che è fuori di dubbio, sta in piedi, dal punto di vista del diritto, in maniera piuttosto incerta, debole e inconsistente. E vista la inconsistenza dell'accusa, la scelta dell'abbreviato ci sembrava la più appropriata".

Prima dell'avvocato Grazia Volo ha parlato anche l'avvocato Carlo Federico Grosso, 82 anni, che è arrivato in aula, al palazzo di giustizia di Palermo, in sedia a rotelle, visibilmente sofferente. "Fin da subito voglio affermare la totale estraneità dell'onorevole Calogero Mannino in riferimento a quanto gli viene contestato - ha detto il professore -. Per quanto riguarda la questione di diritto a mio parere l'articolo 338 non è applicabile, non è legittimo. Di certo è paradossale che la minaccia venga punita più pesantemente della violenza a corpo politico dello stato".

In aula, oltre a Grosso e Volo, anche gli altri due legali, gli avvocati Marcello Montalbano e Carlo Bianchini, che difendono Calogero Mannino. "Noi non abbiamo parlato della trattativa, perché non ci riguarda perché gli eventi non riguardavano l'onorevole Mannino. Questa era stata la nostra scelta difensiva - ha detto ancora il professor Grosso - nel processo di primo grado. I sette personaggi (tra cui Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso Vito; la giornalista Sandra Amurri, l'ex presidente della Camera Luciano Violante, l'ex boss e collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, ndr), sentiti in seguito alla riapertura del dibattimento in appello, sono stati un flop totale. Si è cercato, da parte della pg, di tirar fuori - ha sostenuto Grosso - il sangue dalle rape ma non vi è stato alcun elemento nuovo a supportare la tesi dell'accusa".

L'avvocato di Calogero Mannino, il prof. Carlo Federico Grosso, ha poi parlato del cosiddetta 'papello', cioè il foglio contenente le richieste della mafia allo Stato per fare terminare la strategia stragista. "A questo punto la Corte d'appello è vincolata a confermare la sentenza di primo grado non essendo emerse ulteriori prove decisive in seguito alla deposizione dei testi ammessi con la riapertura parziale del dibattimento", ha detto Grosso. "Ci sono state soltanto vagonate di carte, materiale informe, che sono state riversate nel fascicolo in primo grado: un disordine che si è riversato anche in appello - ha detto Grosso -. C'è stato accanimento anche sulla gestione delle motivazioni della sentenza. Mi permetto di definire uno scandalo intellettuale, oltre che ovviamente processuale, il fatto che la requisitoria di primo grado sia stata utilizzata dalla Procura generale nell'atto di impugnazione per l'appello. Un atto inammissibile. E anche questa Corte non può che prendere atto di questo".

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