I tentacoli della mafia pure sull'Oktoberfest di provincia: 11 fermi, torna in cella il boss Farinella

I carabinieri assestano un nuovo schiaffo al mandamento di San Mauro Castelverde. Le accuse sono associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, corruzione, atti persecutori, furto aggravato e danneggiamento

Un imprenditore attivo nel settore della gastronomia si era rifiutato di pagare il pizzo per partecipare all’edizione 2018 dell’Oktoberfest, a Finale di Pollina, e per questo qualcuno aveva pensato di dargli una lezione devastandogli lo stand. I carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno eseguito un fermo di indiziato di delitto emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo nei confronti di 11 persone considerate riconducibili al mandamento mafioso di San Mauro Castelverde e accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, corruzione, atti persecutori, furto aggravato e danneggiamento.

I nomi delle undici persone fermate

Le indagini del pool di magistrati coordinate dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca sono servite a documentare gli assetti e le dinamiche del clan all’indomani dell’operazione Black Cat che a ottobre dell’anno scorso, al termine del processo d’appello, ha portato a 37 condanne. Dopo gli arresti del 2015 il mandamento aveva “serrato le fila continuando a operare sul territorio e imponendo il proprio potere con inalterata capacità intimidatoria”. Numerosi gli episodi di estorsione resi possibili, ricostruiscono i militari, grazie a una “efficiente rete di comunicazioni necessaria ai capimafia detenuti per mantenere il controllo”.

In questo quadro gli investigatori inseriscono il ruolo ricoperto da Giuseppe Farinella, figlio di Domenico, l’autorevole boss di Cosa nostra all’epoca (2015) rinchiuso nel carcere di Voghera (Pavia) in regime di alta sicurezza. “Nonostante la giovane età - aggiungono dal Comando - il rampollo ha avuto il compito di coordinare gli altri membri del sodalizio cooperando con uno storico mafioso di Tusa (Messina), Gioacchino Spinnato, che, ben radicato nell’organizzazione, ha gestito i contatti con gli uomini d’onore degli altri mandamenti, fra i quali Filippo Salvatore Bisconti, già capo del mandamento mafioso di Belmonte e ora collaboratore di giustizia”.

Le intercettazioni: "Se vuoi gli sparo giusto" | Video

Durante le indagini è emersa l’importanza che aveva l’imposizione del pizzo, “forma di sostentamento primario per il sodalizio mafioso”. Grazie alla fondamentale collaborazione degli imprenditori vessati “sono state ricostruite undici vicende estorsive, 5 consumate e 6 tentate. Alle vittime era imposto di pagare il pizzo o di acquistare forniture di carne - spiegano ancora i carabinieri - da una macelleria di Finale di Pollina gestita da Giuseppe Scialabba, braccio destro di Giuseppe Farinella”. Qui si inserisce la vicenda che ha travolto un piccolo imprenditore attivo nel settore della gastronomia che non si era piegato al clan quando aveva deciso di partecipare alla sagra dell’Oktoberfest di Finale.

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Con la libertà, nell’aprile 2019, Domenico Farinella avrebbe deciso di concentrare nelle sue mani il vertice del sodalizio ordinando agli associati che non si trovavano in carcere di intensificare la presenza sul territorio, "avviando una nuova spirale di estorsioni ai danni dei commercianti. Preziosissime, in questo senso, le testimonianze delle vittime che, ribellandosi al sistema criminale, sono riuscite a trovare il coraggio di denunciare e collaborare con i carabinieri.
 
Altra importante attività svolta da Cosa nostra era legata alla cosiddetta sensaleria, ovvero l’opera di mediazione negli affari dei privati attraverso la gestione diretta di attività e imprese fittiziamente intestate a soggetti incensurati ma nei fatti amministrate da alcuni degli indagati. “Al fine di eludere eventuali misure cautelari, infatti, Giuseppe Farinella e Giuseppe Scialabba - concludono dal Comando - avevano fatto risultare terze persone quali titolari rispettivamente di un centro scommesse di Palermo e una sanitaria di Finale di Pollina, sottoposti a sequestro, e del valore di un milione di euro”.

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