Dio perdona, la mafia no: quel prete costretto a piegarsi al clan della Noce

Dall'inchiesta che ha portato a 11 arresti emerge la capacità della criminalità organizzata di esercitare pressioni e controllare le feste rionali. Coinvolto anche un prete ottantenne. Il capo della Mobile: "Era 'condizionato' dal clan, ha spiegato quanto accadeva solo dopo"

Avrebbe ceduto alle richieste avanzate per conto della “famiglia” per non inimicarsi il quartiere, come d’altronde gli aveva consigliato di fare un commerciante che in qualche modo si era piegato. Il protagonista è un prete della Noce: l'episodio, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, dimostrerebbe l’assoggettamento al clan della zona di cui facevano parte gli arrestati di oggi nell’operazione della polizia “Settimo quartiere” con le accuse di associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. Dall’inchiesta emergerebbe la capacità della criminalità organizzata di esercitare pressioni e controllare pure le feste rionali. Un sistema che non risparmiava neanche i sacerdoti.

"Il parroco - ha spiegato Rodolfo Ruperti, capo della Squadra Mobile - ha assunto una una posizione ibrida. Tecnicamente bisogna considerarlo un 'condizionato': non si è rivolto a noi prima che scoprissimo la vicenda, ma ha spiegato quanto accadeva solo dopo”. Porta la firma del parrocco ottantenne, di una chiesa del quartiere, la richiesta con cui veniva incaricata la “Ditta Riolo Onofrio” per l’installazione di luminarie in occasione di una festa rionale. A spiegare come siano andate le cose è stato lo stesso prete durante un interrogatorio davanti agli agenti della Sezione criminalità organizzata che avevano già accertato alcune circostanze sospette: “Non posso negare di aver sottoscritto il documento. Due commercianti della zona mi hanno raggiunto per strada spiegandomi che stavano progettando una festa di quartiere, che volevano installare delle luminarie e mettere un arco proprio davanti alla porta della mia chiesa”.

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Il parroco, non volendo “mischiare il suo ministero con questa festa laica”, aveva rifiutato come già fatto in passato. Pochi giorni dopo, però, l’allora presidente della confraternita del Sacro Cuore (che gestiva un’agenzia di patronato) si presentò con un prestampato che l’uomo di chiesa avrebbe potuto utilizzare come base per la richiesta di autorizzazione necessaria per l’installazione delle luminarie. “Mi disse - aggiunge il parroco - che per non metterci in contrasto con l’ambiente della Noce era meglio firmare, tanto il documento non esponeva me e la parrocchia ad alcuna responsabilità. Mi aggiunse che un diniego ci avrebbe messo in contrasto con tutto l’ambiente e io ho accettato per non rendermi impopolare”. Da quanto emerso sembrerebbe che il parroco non fosse a conoscenza delle ragioni di quelle richieste e da chi arrivassero, ma nel dubbio preferì non segnalare nulla alle forze dell’ordine.

Alla fine il prete firmò quel foglio di carta che avrebbe consentito quei lavori in occasione della festa rionale che da due anni non veniva più organizzata. Da quando Giovanni Buscemi, gestore di un supermercato della zona, era stato condannato in secondo grado per mafia ed estorsione. A lui facevano capo “tutti quelli coinvolti”, ovvero coloro che raccoglievano denaro nel quartiere per la realizzazione della festa rionale. Festa che sarebbe diventata occasione, per gli uomini appartenenti al clan, di pretendere soldi anche dagli ambulanti che dovevano essere ammessi per montare le proprie bancarelle e versando, in alcune circostanze, anche l’intero ricavato delle vendite nelle casse mafiose. “Un episodio eclatante che conferma la capacità di condizionare - aggiunge Ruperti - persino una festa che doveva essere religiosa, ma che è stata esclusivamente l'occasione per riaffermare il proprio controllo sul territorio”.

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A capo dell’organizzazione, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, ci sarebbe stato Giovanni Musso (48 anni). E opporsi alle sue richieste e quelle del clan non era cosa semplice. Ci aveva provato un commerciante che gestiva alla Noce un “Compro oro” insieme alla moglie, ma solo dopo tempo e indagini gli agenti della Squadra Mobile sono riusciti a ricomporre le tessere del puzzle. In un primo momento qualche “soldato” gli aveva danneggiato la serratura della saracinesca. Poi due rapinatori lo avevano anche rapinato in casa costringendolo ad aprire la cassaforte e a consegnare loro 5 mila euro in contanti, un Rolex da 28 mila euro e altri oggetti in oro. Prima di andare via, per lasciare il segno, li hanno legati a due sedie per poi iniziare a versare del liquido infiammabile e appiccare un incendio nella loro villetta. “E ora vediamo se ti scanti…”. Durante la denuncia il commerciante non poté fare altro che collegare i fatti e rappresentare i suoi timori su alcuni episodi dalla chiara matrice estorsiva.

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