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VIDEO | Quel terreno di Riina e il nervosismo di Messina Denaro, le immagini del blitz della Mobile

L'inchiesta che all'alba di oggi ha portato all'arresto di due fiancheggiatori del latitante. Il filmato della polizia e i retroscena: l'intervento di Cosa nostra era essenziale anche per risolvere dissidi per l'utilizzo di alcuni fondi agricoli e per il pascolo nelle campagne di Castelvetrano

 

"L'intervento di Cosa nostra era essenziale anche per risolvere dissidi per l'utilizzo di alcuni fondi agricoli e per il pascolo nelle campagne di Castelvetrano". Lo spiegano gli investigatori nell'ambito dell'inchiesta che all'alba ha portato all'arresto di due persone ritenute fiancheggiatori del latitante Matteo Messinda Denaro.

"Attraverso le attività tecniche di intercettazione è stato disvelato il tentativo di estorsione nei confronti degli eredi del defunto boss mafioso campobellese Alfonso Passanante, affinché cedessero la proprietà di un vasto appezzamento di terreno in contrada Zangara di Castelvetrano, appartenuto al boss Riina. Le minacce dalla cosca mafiosa di Campobello, rappresentata dal boss mafioso Vincenzo La Cascia - dicono i pm - furono avallate anche da una lettera intimidatoria attribuita al latitante Matteo Messina Denaro risalente al 2013".

"Il retroscena di questa vicenda - è la ricostruzione de La Stampa - fa emergere le ragioni di quell’astio che poco a poco era cresciuto nei confronti di Totò Riina da parte del boss trapanese. I terreni di Passanante erano di fatto di Riina che all’insaputa dei Messina Denaro aveva preso possesso di un altro pezzo di terra confinante, quest’ultimo però finito confiscato, quello dei Passanante era sfuggito al sequestro. Il clan mentre era intercettato dai poliziotti della Squadra Mobile di Trapani ha permesso agli investigatori di apprendere come Messina Denaro a suo tempo avesse esternato nervosismo per il fatto che Riina acquistava terreni a Castelvetrano senza far sapere nulla a lui. Si spiega così il pizzino trovato nel covo di Montagna dei Cavalli di Corleone, dove si nascondeva Bernardo Provenzano e nel quale Matteo Messina Denaro, firmandosi Alessio, diceva di riconoscersi in lui e non più nel suo vecchio padrino Riina che frattanto in carcere si lamentava dell’interesse del “figlioccio” per gli affari negli impianti eolici". 

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