Arresti tra Corleone e Palazzo Adriano, Agueci: "La mafia votò Nino Dina"

Lo ha detto il magistrato illustrando i particolari dell'operazione "Grande Passo" che ha portato all'arresto di cinque persone: "Eletto all'Ars con moltissime preferenze proprio nella zona di competenza del clan". Il ruolo di Di Marco, il dipendente comunale "supervisore"

Leonardo Agueci

"Cosa nostra ha votato per Nino Dina, poi eletto all'Ars con moltissime preferenze proprio nella zona di competenza del clan". Rischiano di provocare un terremoto politico le dichiarazioni del procuratore aggiunto Leonardo Agueci, che in conferenza stampa ha illustrato l'indagine dei carabinieri che ha portato all’arresto di cinque persone per mafia tra Corleone e Palazzo Adriano. (I NOMI DEGLI ARRESTATI)

Ma il parlamentare regionale dell'Udc non risulta indagato per voto di scambio. “Si tratta di fatti precedenti alla nuova formulazione del reato di voto di scambio – ha spiegato il magistrato – e la vecchia norma prevedeva la contropartita economica che a noi, in questo caso, non risulta. Potendo ampliare la fattispecie, che ora parla genericamente di 'altre utilità' in cambio dei voti, probabilmente avremmo fatto valutazioni diverse. Ma non c’è la prova che Cosa nostra abbia ricavato dei vantaggi in cambio del certo sostegno elettorale a Dina". (INTERCETTAZIONI - VIDEO)

LA REPLICA DI DINA: "QUEL POLITICO NON SONO IO"

ESTORSIONI - Ciò di cui si ha prova invece è la forza che ancora Cosa nostra ha nelle provincia palermitana. L’associazione ha continuato a mantenere saldamente in mano il controllo del territorio anche attraverso la pressante azione estorsiva nei confronti di imprenditori ed il controllo dei pubblici appalti. Infatti, sono stati ricostruiti ben 6 casi di estorsione e due tentate estorsioni, ai danni di ditte impegnate prevalentemente nella costruzione e rifacimento di tratti stradali nel comune di Palazzo Adriano. Singolare un caso in cui l’imprenditore, originario di Palazzo Adriano, ricerca protezione presso la locale famiglia mafiosa per avviare un’attività commerciale al di fuori di quel comune, contando sui buoni uffici degli affiliati nei confronti della famiglia mafiosa competente per territorio. L’imprenditore pagherà due volte il pizzo: alla famiglia mafiosa competente sul luogo dei lavori e a esponenti di Palazzo Adriano quale rimborso per l’intermediazione.

Sintomatico dell’assoggettamento a Cosa nostra è il caso di un altro imprenditore che, nel cercare di “mettersi a posto”, manifesta tutta la sua convinzione nell’adesione intima alle regole mafiose. Le attività investigative hanno consentito, quindi, di accertare la consumazione di più episodi di pagamento, contribuendo a delineare ulteriormente l’operatività della locale famiglia mafiosa. Tali pagamenti, nella maggior parte dei casi, hanno mantenuto la canonica percentuale del 3 per cento dell’importo complessivo del lavoro da eseguire. Tuttavia, in una circostanza, quasi a dimostrare una benevolenza dell’associazione per la difficile situazione economica della vittima, la percentuale è stata ridotta dal 3 all’1%. In altri casi, gli associati, oltre a richiedere il pagamento della somma di denaro, hanno imposto agli imprenditori anche l’utilizzo di manodopera e l’acquisto di materie prime presso imprenditori da loro indicati. Quanto ai metodi utilizzati, al fine di convincere le vittime alla cosiddetta “messa a posto”, la consorteria ha utilizzato il classico metodo intimidatorio della bottiglia incendiaria. Inoltre, per attirare l’attenzione degli imprenditori, gli affiliati hanno proceduto anche ad effettuare furti e danneggiamenti all’interno dei cantieri proprio nell’immediatezza dell’inizio dei lavori.

IL DIPENDENTE COMUNALE SUPERVISORE - Grazie all’intenso lavoro investigativo di Magistrati e Carabinieri, è stato individuato quale supervisore della famiglia di Palazzo Adriano la figura di Antonino Di Marco, originario di Corleone, dipendente comunale. L’attività d’indagine ha permesso di evidenziare, oltre alla sua appartenenza alla famiglia mafiosa di Corleone, anche il suo ruolo direttivo e di controllo sulla famiglia mafiosa di Palazzo Adriano, rappresentando un punto di riferimento e collegamento tra questa e il mandamento mafioso di Corleone grazie alle funzioni di supervisione e coordinamento al fine di gestire gli affari illeciti del sodalizio. In tale ruolo, ha dimostrato capacità di intervenire personalmente per risolvere contrasti tra le diverse famiglie mafiose contermini, tra cui quello della definizione dei rispettivi limiti territoriali, per dirimere dissidi privati relativamente a taluni pascoli e per condurre attività estorsive.

Incensurato, Di Marco si presentava quale anonimo dipendente comunale. Rare sono state le sue frequentazioni con personaggi d’interesse operativo in pubblico, avendo lo stesso adottato ogni accorgimento per mantenere un atteggiamento di basso profilo che non insospettisse in nessun modo le forze dell’ordine. Ma l’uomo si è dimostrato essere capo assolutamente carismatico e molto deciso: fautore di una linea d’azione prudente, con una vasta conoscenza - per sua stessa ammissione durante le conversazioni intercettate - delle dinamiche di Cosa nostra e dei suoi personaggi più influenti, tra cui i noti Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca. Ne conosce e rispetta le regole, pretendendo che altrettanto facciano gli associati suoi sottoposti. Si tratta tra l’altro del fratello di Vincenzo, arrestato nel 1993 per favoreggiamento personale di Totò riina, durante la sua latitanza.

LA FAMIGLIA MAFIOSA DI PALAZZO ADRIANO - Le indagini hanno dimostrato come la famiglia mafiosa di Palazzo Adriano sia storicamente ricompresa, insieme a tutte le altre dei comuni del circondario, nel mandamento mafioso di Corleone. Non è apparso, quindi, anomalo che a dirigere e controllare la competente famiglia mafiosa vi si trovasse proprio un corleonese, finora rimasto immune alle numerose operazioni antimafia.
Le numerose intercettazioni telefoniche e i servizi di pedinamento hanno poi permesso di ricostruire con precisione l’organigramma di questa famiglia mafiosa, individuandone le competenze territoriali. Pietro Paolo Masaracchia, detto “l’ingegnere”, capo famiglia e responsabile operativo degli associati originari di Palazzo Adriano, nonché cassiere della famiglia; Nicola Parrino, detto “svuota sacco”, altro luogotenente di Di Marco su Palazzo Adriano, ma utilizzato da questi anche quale portavoce con i mafiosi delle zone limitrofe. Per sua stessa ammissione è stato vivandiere del boss all’epoca latitante Ignazio Vacante. Egli è imprenditore e la sua principale attività è proprio quella di intromissione negli appalti pubblici e la riscossione del pizzo alle imprese per conto di Di Marco e dell’intera famiglia mafiosa; i fratelli Franco e Pasqualino D'Ugo, manovalanza operativa alle dirette dipendenze di Masaracchia con precisi compiti di controllo del territorio e realizzazione di atti intimidatori e danneggiamenti.

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