Le lettere minatorie dal carcere, il boss scriveva "ti voglio bene" ma significava "ti scanno"

Giovanni Ferrante, arrestato la settimana scorsa con altre 89 persone nel blitz "Mani in pasta", avrebbe continuato a dare ordini ed organizzare pestaggi dall'Ucciardone. Pressioni soprattutto sul titolare del bingo "Kursaal" di via Emerico Amari che avrebbe dovuto pagare la compagna anche se non avrebbe lavorato

Avrebbe gestito i suoi affari anche quando era recluso all'Ucciardone, il boss dell'Acquasanta Giovanni Ferrante. E, per minacciare ed intimorire chi non avrebbe eseguito i suoi ordini, non avrebbe esitato ad inviare anche delle lettere il cui contenuto era apparentemente affettuoso, ma con un significato esattamente contrario. In un delle missive, inviata al figlio Francesco Pio, perché la consegnasse ad un imprenditore, c'era scritto "ti voglio bene, figlio mio", ma significava "o fai quello che dico io o ti scanno!". Oggetto delle attenzioni di Ferrante sarebbe stato soprattutto il titolare del bingo "Kursaal" di via Emerico Amari, dove la moglie del mafioso, Letizia Cinà, avrebbe dovuto essere pagata per non lavorare.

Il retroscena emerge dalle intercettazioni dell'operazione "Mani in pasta" della guardia di finanza, che la settimana scorsa ha portato a 90 arresti e allo smantellamento del clan dell'Acquasanta. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Amelia Luise e Dario Scaletta.

La lettera per l'imprenditore

Come viene fuori da diverse conversazioni intercettate durante i colloqui in carcere, Ferrante si sarebbe servito del figlio per impartire ordini, ma anche per organizzare pestaggi. Il 5 maggio 2015 il boss diceva al ragazzo, allora appena diciottenne: “In questi giorni ti arriverà una lettera dove c’è scritto ‘ti voglio bene, papà’, la porti e gliela fai aprire a lui, gliela fai leggere, se ti dà questi soldi, sono 1.500 euro, mettili tutti in banca”. Dietro alle parole affettuose, però, ci sarebbe stata una minaccia per l'imprenditore.

"Ti voglio bene ma ti scanno!"

Ferrante parlava poi di un’altra lettera, da consegnare al bingo: “Ora ti spedisco un’altra lettera dove fuori ti ci scrivo ‘ti voglio bene figlio mio’, questa qua la porti alla Snai (si riferisce al bingo, ndr) dove lavora Letizia (Cinà, ndr)...”. E raccomandava: “Sempre con la forza! Ti devi portare, i cristiani, hai capito? Quattro o 5 picciotti per fargli vedere la forza… Ci vai, gli dici: ‘Sono il figlio di Giovanni, gentilmente puoi uscire? Devo farti leggere...’. Questo è un cornuto e sbirro, gli devi bruciare la macchina, però quando te lo dico io! Ora gli devi fare leggere solo questa cosa”. E aggiungeva: “Portatele sempre indietro le lettere e strappale, perché se mi vanno a denunciare siamo consumati!”.

"L'ha letta ed è sbiancato..."

Il 6 giugno era la compagna a portare notizie sulla vicenda a Ferrante: “Mi disse che gli era arrivata la lettera e ‘non ti preoccupare, digli a Giovanni che sta tranquillo che ci penso io’... Me li vuole far mettere tutti (i soldi, ndr), intanto mi ha dato dicembre...”. Il datore di lavoro avrebbe però chiesto spiegazioni: “Dice: ‘Ti sto chiamando perché vorrei capire quali sono le tue condizioni, hai mandato 4 certificati, ti siamo venuti molto incontro anche per rispetto di Giovanni...’. Io gli ho detto: ‘Sto male, ho due bambini, ho tanti problemi, non sto bene assolutamente’”. L'assunto era quindi che, pur non lavorando, avrebbe dovuto ricevere comunque lo stipendio. Ferrante allora chiedeva al figlio: “Quando gli hai portato la lettera, hai parlato con lui?” e il ragazzo rispondeva: “Si è letto la lettera ed è diventato bianco!”.

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"Se la licenzi sei morto!"

Ferrante allora ordinava: “Ora gli telefoni e gli dici che vuoi un appuntamento urgente e ci vai, ti porti un bel po’ di picciotti pronti per scannarlo! Gli dici: ‘Dice mio padre che per ora Letizia a lavorare non può venire, per ora deve stare in malattia e vedi di darle gli stipendi, non far u scimunitu’”. E insisteva: “Gli dici: ‘Ora mi devi dire se ti devo lasciare qua morto o me ne devo andare! E non fare u scimunitu che la licenzi perché mio padre ti giura che sei morto! Ti viene a cercare ovunque ha perso le scarpe il Signore e ti conviene che ti prendi l’agenzia, te la porti addosso e te ne vai!’. Gli dici: ‘Non ti rischiare di licenziarla perché ti giuro che la testa te la vengo a schiacciare come gli scarafaggi! Ti vuoi orientare bene, io me li porto (i picchiatori, ndr), ti vuoi orientare male, te li sto lasciando qua!’”. E concludeva: “Gli dici: ‘Per ora le devi darle lo stipendio per suppercheria e a lavorare non viene! Perché le servono i documenti della malattia per uscire, che poi quando esce mio padre ti viene a fare gli auguri!’. Grazia più per nessuno!”.

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