Villette vicino al mare, parte un esposto: scoppia il caso del residence di Acqua dei Corsari

Dopo i fatti di via Miseno, un nuovo presunto caso di abusivismo potrebbe scuotere il Comune. Dalla denuncia di una donna, che si è vista negare il rilascio di una concessione edilizia alla Baia del Corsaro, scattano i controlli della polizia municipale

L'area dove sono stati effettuati gli accertamenti

Un residence ad Acqua dei Corsari rischia di trasformarsi in una "polveriera" per il Comune, che dovrà chiarire come sia stato possibile autorizzare costruzioni ad una distanza inferiore ai 150 metri dal mare. Il caso - a meno di un anno dalle condanne dei alcuni dirigenti comunali per il processo sull'abusivismo di via Miseno, a Mondello - nasce dopo l'esposto di una donna che si è vista negare il rilascio di una concessione edilizia per costruire alla Baia del Corsaro. Attorno al suo terreno, nel corso degli anni, in tanti sarebbero riusciti a costruire villette a poche decine di metri dal mare della costa sud, in una zona classificata come "verde agricolo" nel vecchio Piano regolatore. Tutti tranne la donna. Così quattro anni fa ha deciso di rivolgersi alla magistratura. 

La storia della Baia del Corsaro ha inizio dopo il 1976 quando il vecchio proprietario dell’area oggi composta da 44 lotti, il cinisaro Giuseppe Cusumano (ormai deceduto) inizia a frazionare e vendere terreni. Terreni che, nel Piano regolatore del 1962, risultavano ricadere in verde agricolo. Quell’anno segna in qualche modo uno spartiacque per l’urbanistica grazie alle legge regionale 78/76 che impone fra le altre cose di arretrare le costruzioni ad almeno 150 metri dalla battigia. L’unica eccezione prevista dall’assessorato Territorio e Ambiente - che solo nel 2002 ha dato l’ok per catalogare quella zona come B1 - riguardava le aree che, sebbene vicine al mare, prima di quella data risultassero già zone A o B.

Nel corso dei decenni e fino ad oggi il residence di via Messina Marine 600, dove sorgono anche una vecchia polveriera della seconda guerra mondiale e una stazione dei carabinieri, si è allargato a dismisura. Dai pochissimi immobili indicati nella cartografia catastale del 1959 si è passati a oltre una trentina di immobili, dei quali solo alcuni raggiunti in tempi recenti da ordinanze di demolizione che però non sarebbero state mai eseguite. Di fronte a questo scenario la donna che ha sollevato il caso si è domandata come mai non fosse riuscita a ottenere la concessione edilizia. Eppure l’architetto incaricato del progetto aveva percorso in lungo e in largo gli uffici tecnici del Comune. L’iter burocratico, travagliato e apparentemente pieno di zone d’ombra, si è arenato definitivamente con un diniego sull’autorizzazione a costruire.

L’episodio è diventato oggetto di un carteggio tra i vari uffici del Comune, la Sovrintendenza ai Beni culturali e i privati, per chiarire la vicenda e ricostruire un quadro completo. C’erano concessioni che avrebbero dovuto essere annullate? Come mai la donna che poi ha presentato l’esposto si è vista negare il titolo quando funzionari e dirigenti, appena l’anno prima, avevano predisposto il rilascio di altre concessioni per altri immobili alla Baia del corsaro? A cosa era dovuta questa eventuale disparità di trattamento? E ancora: al Comune nessuno si era accorto che dal 1978 in poi i privati - eventualmente con la compiacenza di qualcuno - avevano dato il via all’assalto di quell’area rischiando di trasformarla in una mega lottizzazione abusiva? Domande alle quali gli stessi uffici dell’Amministrazione dovranno trovare una risposta. Le presunte anomalie si sono trasformate in un input per gli agenti della polizia municipale che hanno effettuato sopralluoghi e accertamenti.

I controlli hanno fatto inoltre emergere la presenza di lavori abusivi con istanze di sanatorie sempre respinte, tanto che sarebbero state emesse alcune ordinanze di demolizione precedenti agli anni 2000 alle quali non si sarebbe data esecuzione. Come se non bastasse sembrerebbe che alcuni immobili siano stati costruiti in terreni che un tempo appartenevano a soggetti vicini a Cosa nostra. Uno di questi è stato infatti confiscato nel 2009 a un prestanome e assegnato proprio al Comune, mentre un altro - diventato poi la stazione dei carabinieri di Acqua dei Corsari - è stato sequestrato dai giudici della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.

Se rispetto a quanto venuto a galla in questa storia si trovassero piene conferme, ci sarebbe da chiedersi cosa abbiano fatto negli anni le amministrazioni comunali per proteggere il territorio dalle colate di cemento, per verificare la correttezza del lavoro dei propri dipendenti e certificare la validità dei titoli per costruire. Ad Acqua dei Corsari come in altre zone di Palermo.

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